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domenica 21 giugno 2026

Le verità spezzate

La domenica ha il piacere di un incontro con lo scrittore e giornalista Augusto De Angelis (da scoprire su Liberliber.it). E il senso della fine de "Le verità spezzate" di Alessandro Robecchi (Rizzoli). E a proposito di verità cito da "Le verità spezzate"...

La verità non esiste, la libertà è una convenzione, si allarga e si restringe a seconda del periodo storico, dell’ottusità di chi comanda, della volgarità di chi la vieta e la ostacola.

Incredibile come le cose diventano vere solo quando si parla di soldi, aveva pensato.

C’era da ridere, sì, ma c’era anche da capire che quando si spezzano le verità piccole, poi si spezzano anche quelle grandi, che si comincia con piccole privazioni, minuscoli divieti, e si finisce a massacrare un popolo.

Alla fine si veste come al solito, una buona giacca e via, perché dopotutto è un artista, e può fare ciò che vuole.

È un brutto tempo, quello in cui si è costretti a pensare cosa resterà di te dopo. Se mai resterà qualcosa. 

E il problema vero, il problema di sempre e di tutti, pensa ora Manlio Parrini, non è che le verità si spezzano, ma che le verità non ci sono, non esistono, semplicemente. Sono fatte di una sostanza ambigua e molle, inconsistente. Le verità che conosciamo sono solo quelle che ammettiamo come tali, che noi decidiamo siano verità. Hanno il nostro timbro, la nostra approvazione.

venerdì 12 giugno 2026

Il figlio del becchino

Non sono un amante dei fantasy ma è stato un piacere passare qualche giorno in compagnia dei quattro volumi de “Il figlio del becchino e l’orfana” di Sam Feuerbach, serie vincitrice del “Deutscher Phantastik Preis” 2018. Fino ad un certo punto addirittura piacevolissimo. Poi, alla comparsa dei demoni, qualcosa meno ma tant’è… di demoni ce ne sono di infinite forme, perché non questi (finché restano nei fantasy).
A ricordo mi sono segnato quattro brevi spunti.

Se per i successivi quarant’anni non avesse fatto altro che leggere per tutto il giorno, quanti libri dei primi scaffali sarebbe riuscito a leggere? Un decimo? Più probabilmente un centesimo. Non lasciarti spaventare, si disse per farsi coraggio. Devi concentrarti e fare una scelta. Trova i tre libri che arricchiranno la tua vita, daranno risposte alle tue domande e che ti aiuteranno a capire meglio il mondo. (Libro 1)

Tu hai perso. Io non perdo mai. O vinco, o imparo.

L’impazienza è una virtù. È terreno fertile per spontaneità e brevità e scaccia inutili speranze. (Libro 2)

“Sarebbe” è il fratello inutile di “se avessi”. (Libro 4)

domenica 19 aprile 2026

"Il miglior libro del mondo" di Manuel Vilas

Non so se Manuel Vilas abbia effettivamente scritto "Il miglior libro del mondo" (Guanda) ma, per quanto mi riguarda, sotto tanti aspetti, per i miei 56 anni di vita e pochi meno di scrittura, ha scritto il libro definitivo, il libro che fa il punto, e leggerlo è stato un piacere spugnoso di malinconia. 
Conserverò qui i periodi che più mi riguardano, che amerò rileggere e ricordare. Sono molti, lo so, eppure ho dovuto cancellarne non pochi rispetto alle sottolineature sull'originale. 
Chi ha fame di "libri migliori del mondo" lo legga. Non c'è altro da fare.

* * * 

Qualche morto di fame dei miei antenati deve esserci nel mio sangue, qualcuno che non ha mai avuto nemmeno gli occhi per piangere, non so, verso il XVII o il XVIII secolo, e il suo sangue mi va dritto alla testa e mi dice: «Mangia». 

El último mono, che grande invenzione della lingua castigliana. La mia vita è stata, come quella di tutti, un tentativo disperato di non essere l’ultima ruota del carro. Molti vi diranno che ci sono altre cose nella vita. Sì, ci sono. Ma smettere di essere l’ultima ruota del carro può darsi che sia la prima.
Molte volte ho pensato di rimanere a casa. Di non andare alle feste, ai ricevimenti, ai festival. Però ci vado sempre. Ebbene, il motivo per cui ci vado è davvero pittoresco. Non ci vado per vedere ed essere visto, come fanno quasi tutti. Ci vado perché così mi risparmio la cena, e perché non devo rifarmi il letto e perché mi mettono in alberghi con stanze dai bagni luccicanti, per tutti questi motivi vado ai festival e ai congressi e alle fiere del libro. Ogni volta che mi invitano a pranzo o a cena mi sento felice, questo l’ho già detto, ma il fatto è che arrivo perfino a calcolare i soldi che risparmio al supermercato, e perciò ho sempre il frigorifero vuoto. Non so perché, ma è così. Per chiarirlo, per dargli un nome, la cosa migliore è fare ricorso a quel mio antenato del XVII o XVIII secolo (calcolo che sia vissuto più o meno in quell’epoca) che ha sofferto molto la fame e il cui corpo famelico persevera geneticamente nel mio cervello. Il mio trisnonno o la mia trisnonna, il morto di fame”.

Io mi rendo conto che le amicizie entrano nell’entropia, dovremmo celebrare anche l’entropia, l’usura, il disordine.

L’egoismo non soltanto è immorale, è anche informe, rozzo, brutto, non è detestabile soltanto eticamente, ma ancor di più esteticamente.
L’eterno ritorno di noi stessi, dei nostri bisogni, non sappiamo nemmeno che siamo egoisti, che vivere ed essere egoisti è la stessa cosa, che fuori dall’egoismo semplicemente muori.

Io non sono uno scrittore, ma un tossico delle parole, un tossico della vita che c’è ancora nelle parole. Benvenuto nel paese delle meraviglie, nella massima fluttuazione dei pensieri e delle forme.

I sessant’anni sono l’età del raccolto e uno scrittore raccoglie soltanto fumo, vento, ricordi. L’unico modo per non raccogliere fumo è uno stato erotico di fornicazione permanente, ma questo l’ho già detto, ripeterlo non implica ripetere l’atto reale della fornicazione, soltanto le parole che la avvolgono.

Non dovete avere paura della morte, la si teme perché si ama la vita, né di rimanere soli nella vita, di diventare anziani dimenticati da tutti, paura mai, ogni momento della tua vita, per quanto cupo, contiene tutto ciò che sei stato, e questo è sacro. Dopo la morte ci sarà un estuario di pienezza, dove il sole della bellezza non tramonterà mai, e se non c’è, ci sarà il nulla, e anche di quello varrà la pena. Non dovete o non devo? È un non devo, è chiaro. È inconcepibile il nulla per uno che ha amato tanto i misteri della vita, ma succederà. 

La mia missione in questa vita è cadere in ginocchio per l’ammirazione davanti a cose che la gente non guarda nemmeno.

Poi mi guardo allo specchio, prima di mettermi a scrivere, e vedo i segni dell’invecchiamento, vedo come il mio volto si sposta giorno dopo giorno verso regioni remote della pelle e delle rughe, e a poco a poco smetto di essere me per trasformarmi nell’altro che alla fine si trasformerà in me, e così in un processo continuo che si concluderà in qualche momento, e il momento della scomparsa sarà la più grande festa immaginabile. 

Un’altra confessione dei miei sessant’anni: morirò senza avere scritto il miglior libro del mondo, il libro che dia un senso a tutta l’umanità, e quindi penso di avere fallito.

Gli amori non corrisposti, anche se sono quelli dell’infanzia, non se ne vanno mai. Forse si ricordano più di quelli corrisposti. Rimangono lì nella memoria e lanciano le angosciose fiammate dei desideri non realizzati, un fermento acre di cui si ubriacano gli assassini, i boia, i poeti incapaci e i mistici ossessi e obesi.

Il mio studio è il fuoco. Nel mio studio il fuoco è il capo, un capo cattivo che mi umilia ogni giorno, che mi chiede di lavorare sempre di più, che mi paga poco, che mi bullizza, che non è mai soddisfatto. Pessimo capo, il fuoco.

Cos’è l’universo se non una dipendenza dalla materia.

Molte volte non ceno, e allora raggiungo anche una forma di pienezza. I nostri corpi ci ingannano da migliaia di anni, ci fanno credere che abbiamo bisogno di mangiare sempre di più, ma è falso, cercano l’accumulazione di grasso, sono corpi capitalisti. E finiamo per mangiare sempre di più, e allora i corpi si deformano, si allargano, occupano troppo spazio, e lo occupano invano, come il capitalismo. Ho tentato, almeno in questi anni ultimi, di far sì che la mia alimentazione avesse uno scopo, che avesse un’armonia, una delicatezza. Che fosse bella, ci ho provato e mi sono molto innervosito mille volte quando mi hanno invitato a cena. Se non mi invitano, non vado mai a pranzo o a cena nei ristoranti, non posso, non so farlo. Mi innervosisco quando il cameriere porta del pane eccellente che nessuno mangerà. Rimango a fissare il pane con una pena infinita, e se non lo mangia nessuno, prego che non lo buttino.

La verità è l’addio, un addio interminabile che si incarna di continuo in milioni e milioni di commiati.

L’umiliazione adora la circolarità.

Guarda, Franz, quello che tu hai visto è ancora in piedi: la civiltà è uno scambio incessante e incendiario di umiliazioni, di esseri umani che umiliano altri esseri umani, e le gerarchie sono ancora in piedi, sempre più impenetrabili e inintelligibili, tanto inintelligibili quanto razionali e reali. Chiamiamo vivere uno scambio di umiliazioni. Tutto a posto, Franz”

Quasi tutti abbiamo qualche deformità fisica, è come un ricordo della stranezza della nostra evoluzione, della singolarità dell’Homo sapiens. La normalità sono i nasi grandi, appuntiti, aquilini. In tutti c’è una perseveranza della malformazione, dell’errore, dell’abominevole, del detestabile. Non c’è motivo di nasconderlo.

Per questo la materia è così importante, è l’unica cosa che contrasta la dispersione della vita, del passato. Se tocco la materia, mi invade una potente sensazione di realtà.

E pensare che tutti questi milioni e milioni di storie che popolano il mio passato si trasformeranno in silenzio assoluto quando morirò, e che meraviglia questo livellamento tra il rumore della vita e il silenzio informe e indifferente. E questo mi fa pensare che abbiamo circa cinquemila anni di vite private intensissime e di cui non rimane più nulla. Cent’anni fa qualcuno deve aver vissuto le stesse mie cose, anche duecento anni fa, ma tutto si è liquefatto.

Spero che alla fine la mia vita si trasformi in una commedia. Tutti ci impegniamo a essere tragedia, perché sembra che lì ci siano la profondità e la trascendenza, ma se vivi nella commedia soffri di meno e sai di più. E il riso si trasforma in bontà.

Documentarsi per scrivere un romanzo, è peggio che alzarsi alle cinque del mattino per andare a coltivare la terra.

Non è facile uscire indenne dai mali della malinconia, preferisco chiamarli così, mi infrangono le illusioni, mi viene voglia di tornare a bere, di buttarmi con la mia macchina da una scogliera a duecento chilometri all’ora, ma sono tutte fantasie, fantasie create dal dolore, perché anche il dolore è una forma di invito alla vita, almeno il mio dolore, che ha sempre avuto la sua originalità.

Bisogna sempre essere ubriachi. Tutto qui: è l’unico problema. Per non sentire l’orribile fardello del Tempo che vi spezza la schiena e vi tiene a terra, dovete ubriacarvi senza tregua. Ma di che cosa? Di vino, di poesia o di virtù: come vi pare. Ma ubriacatevi.

E penso di nuovo a quelle ore di solitudine, perché gli esseri umani non sono fatti per tanta solitudine come quella che ha dentro il mestiere di scrittore.

Parlo del fatto che valga la pena vivere per le pagine bianche e adesso per lo schermo del computer. Perché mentre scrivi non fai l’amore, non baci, non mangi, non viaggi, non prendi per mano le persone che ami, non entri tra le onde di una spiaggia meravigliosa. Questa rinuncia alla vita all’aria aperta che è nel cuore della letteratura, vale la pena? Questi scaffali sono pieni di uomini e donne che hanno regalato le ore della loro vita a questa grande chimera.

Quello che vogliono i poveri è smettere di essere poveri, non continuare a essere poveri in modo che così i poeti comunisti possano scrivere poesie comuniste.

Non credo nella storia, ma credo nelle lingue, perché le lingue concretizzano il tempo.

Quando avevo diciassette anni ero felice con un libro in mano, ora con un libro in mano brucio di sconforto perché l’autore di quel libro è uno scrittore migliore di me, ha saputo vedere più di me. E mi getta addosso l’enorme senso di colpa del fallimento come scrittore, che è il peggior fallimento del mondo perché è un fallimento dell’amore per il mondo.

Noi scrittori falliamo soltanto come scrittori, è questo il tema fondamentale della vita di uno scrittore. Perché la letteratura è in sé stessa il fallimento, poiché compete con la vita, e chiunque competa con la vita fallirà sempre. Noi scrittori sentiamo di fallire due volte. Una, come esseri umani. Un’altra, come scrittori. Il problema è che alla fine non sappiamo distinguere un fallimento dall’altro. È questa l’origine di ogni nostra commedia. Non distinguiamo più la nostra vita dai nostri libri, perché i libri vampirizzano la tua vita.

Tutti gli scrittori e tutte le scrittrici sono insaziabili. Non saranno mai felici. Borges non fu felice, perché i suoi libri non hanno adattamenti cinematografici e non gli diedero il premio Nobel. Non ha neanche la fama di un Ernest Hemingway. Gli scrittori scrivono per vincere tutti i premi del mondo e per essere letti da milioni di esseri umani.

Io sto gestendo male il mio senso di colpa da un sacco di tempo. Da quanto? Be’, sessant’anni di pessima gestione imprenditoriale e morale del mio senso di colpa. La colpa è uno dei sentimenti più complessi che esistano. Se un lettore dice di uno qualunque dei miei romanzi che è brutto o che gli è risultato insopportabile, il colpevole sono io. Sui social e su Amazon ci sono migliaia di commenti sui miei romanzi. Quando leggo commenti negativi, desidero impiccarmi, perché la colpa di aver fatto male il mio lavoro mi è insopportabile.

Il mondo è un immenso paragone, perché soltanto dal confronto nascono la conoscenza e la certezza.

Cerca la verità la letteratura? La verità non esiste, esistono soltanto le parole, e al di là delle parole tornano altre parole.

Ho visto tante umiliazioni, sono stato umiliato tante volte; alla fine della storia, se Dio esistesse, il suo Giudizio Finale si baserebbe su un computo valutativo delle umiliazioni: quelle che abbiamo sofferto e quelle che abbiamo inflitto ad altri.

Quei maltrattamenti di figli e figlie nei confronti di padri e madri che nascondono un’intera civiltà. La vergogna è il sentimento più terribile e spossante e devastante e uno non sa che fare, perché la colpa è sempre sua. E la verità è questa, ma non abbiamo il coraggio, milioni di padri e madri non hanno il coraggio di questa verità e io in questo istante sono un terrorista della storia emozionale dei rapporti tra genitori e figli. La cosa fondamentale è che adesso non me ne importa; voglio dire che lo capisco, e capendolo trovo sollievo da quella vertigine della colpa e della punizione. Immagino che se ti maltrattano è perché te lo meriti. E se non te lo meriti, sicuramente finirai per meritartelo. Oppure te lo meriti anche troppo, il fatto è che non sai vederlo, e questo fa sì che te lo meriti non due volte ma cento. Mi hanno maltrattato anche nei miei diversi lavori e nella letteratura perché la vita sociale è uno scambio di maltrattamenti; maltrattamenti minori, micromaltrattamenti, se vuoi, maltrattamenti molecolari, maltrattamenti quantistici, della grandezza del bosone di Higgs. Io avrò maltrattato qualcuno? I maltrattamenti sono circolari? Sono un cane che si morde la coda? Sei gentile con persone che non si degnano di dirti buonasera, in una incredibile agonia interminabile della storia dell’umiliazione. Però è evidente che anch’io ho maltrattato altre e altri. Chi misurerà i maltrattamenti? A questo serviva il Giudizio Finale, che era un’invenzione meravigliosa. Il Giudizio Finale era la più grande macchina di precisione di tutti i maltrattamenti passati, presenti e futuri degli esseri umani. Il Giudizio Finale era l’obbiettività piena. Finalmente la contemplazione della giustizia suprema, indiscutibile, atemporalmente da rispettare,

Mi porto addosso una sofferenza psichica annientante, cerco di camuffarla, di nasconderla, di non farla notare da nessuno. È da tutta la vita che è così. Mezzo secolo a dissimulare il dolore. La gente ride alle mie battute, e tuttavia sono le battute di un condannato a morte.

La pienezza in questa vita si dà in dosi di cinque secondi, però il giorno dura ventiquattr’ore, eppure quei cinque secondi sono più importanti dell’universo, dei mari, e della tua famiglia.

Invecchiare è perdere la partita, ti fanno scacco matto in quattro giorni. Vedi arrivare lo scacco matto, invecchiare è un’aberrazione, è l’umiliazione più umiliante che esista, però nessuno te lo confesserà, tutti ti diranno che sei ancora vivo, eccetera eccetera, nessuno vuole confessare che non vale la pena di invecchiare perché il corpo è stato consumato e l’anima non esiste.

E mi dico: usala in un altro modo, la letteratura, voglio dire, usala per passare il tempo. Non usarla per conoscere fino all’intestino com’è il tempo che sta passando ma soltanto per passare il tempo.

Soltanto il mio ateismo mi aiuta, sono profondamente ateo, se nell’ateismo possono esistere dei livelli. Il mio ateismo è l’unica cosa che mi rimane, l’unica arma che ho per non essere umiliato. È bello il mio ateismo. È la vittoria più gigantesca degli sventurati di questo mondo: l’ateismo. Mi difende da tutte le umiliazioni in ogni tempo e in ogni spazio. Non ci sono arrivato senza sforzo, mi è costato molto. È uno dei grandi successi della mia vita. È un ateismo infuriato ed euforico.

Ho scritto tutti i libri che ho scritto per poter morire in pace, questo è difficile da spiegare, per arrivare all’ultimo minuto della mia vita con un buon carico di parole.

Uno scrittore senza i suoi lettori è la più grande anima in pena dell’universo, è la stessa immagine di quella di un padre o di una madre che ha visto morire il figlio.

E la salute mentale non esiste. Dio, che non esiste, si ubriacava con le droghe fondamentali: aria, fuoco, acqua, terra. Invecchiare è anche contemplare l’invecchiamento di tutte le superstizioni umane che danno senso alla vita umana.

Noi scrittori siamo tossici dell’oscurità, scendiamo a trovarla ogni giorno. Lei ci ruba le illusioni e noi la soffochiamo e la picchiamo con la luce delle nostre parole, un combattimento quotidiano che accade soltanto nelle nostre menti malate, almeno di quelle del tipo di scrittore che sono io, e spero di non essere solo in questa categoria di scrittori malati. Avere compagnia quaggiù, qualcuno con cui chiacchierare.

Forse quello che sto chiedendo è smettere di essere uno scrittore e tornare alla condizione di essere umano normale. Come si fa? Se il tuo cervello è stato fatto a pezzi dalle parole, non puoi più tornare a un cervello in cui le parole non siano coltelli, ma semplici

Nel mio caso, del dono delle lingue lo Spirito Santo se n’è sbattuto i coglioni.

Le persone non guardano le persone, guardano soltanto i loro schermi, il che è perfetto per uno come me, che si dedica a guardare le persone che guardano i cellulari. Ti lasciano guardare le facce degli altri a piacimento. Puoi spiare con tutta la tranquillità del mondo. Non c’è nulla negli schermi che sia più interessante della gente che guarda gli schermi, qui, nella metro di Parigi. 

I misteri dell’umanità sono di carattere linguistico; una persona che parli francese, inglese, spagnolo, cinese, tedesco, italiano, polacco, giapponese, russo, arabo, portoghese, hindi, greco, ebraico, ungherese, romeno potrà arrivare a conoscere l’umanità, ma non la luce. Non basta parlare inglese e un’altra lingua. Il mondo sono migliaia di lingue. Per comprendere l’umanità bisogna parlare tutte le lingue, e questo è impossibile. Nessuno parla tutte le lingue, perciò siamo dove siamo, in un’incomprensione della nostra identità umana che sfocia in guerre e in morte e in miseria.

Tutti noi che guardiamo i quadri siamo soli come chi ha dipinto quei quadri, ma abbiamo pagato sedici euro per saperlo. Adesso devo decidere quanto tempo devo rimanere qui, alla mostra, perché la spesa abbia senso. Sono qui da un’ora e mezza e già vacillo. Dovrò rimanerci almeno due ore, in modo che mi venga otto euro all’ora, che sembra il prezzo di un film, un prezzo ragionevole. Forse dovrei starci tre ore, così mi verrebbe cinque euro e qualcosa all’ora. L’ideale, quattro ore, così mi costerebbe quattro euro all’ora. Vediamo come risolvo questo guazzabuglio di prezzo, arte, bellezza e soldi, a cui si aggiunge il tempo che mi rimane da vivere, ovviamente. Sì, ho pagato sedici euro dalla mia triste tasca.

La salute è questo: sangue che va bene, sangue pieno, neuroni che controllano e vigilano e creano pensiero, ossa levate in armi, occhi che vedono, stomaco che trasforma carni, pesci, frutta e verdure in buon sangue.

Il cibo è stato una delle grandi ossessioni della mia vita. Mi fa impazzire mangiare, ma mi fa impazzire anche essere magro. Mi è stato molto difficile integrare queste due passioni. Dal 2018 mi peso ogni giorno. Ho tre bilance nella mia casa di Madrid, e un’altra nella mia casa nello Iowa, la casa di Ana e mia negli Stati Uniti. Mi sono appassionato al mondo delle bilance, che mi fanno anche inorridire, perché sono la legge, sono la ragione e la verità di ciò che sei. Una bilancia ti dice chi sei, perché misura lo spazio che occupi sotto il sole e quanto ti ama la gravità della terra.

Il tuo corpo ti ingannerà sempre quando cerchi di mangiare solo quello che consumi. Il primo capitalista di questo mondo è il tuo stesso corpo, che pretende da te che accumuli ricchezza e ornamenti sotto forma di rotolini e sacche di grasso, che ti chiederà sempre di più. L’unico modo per dirgli di no è con la ragione illuminata, con il fatto misurato, con una bilancia. Perché con una bilancia si ricorda al tuo corpo capitalista che quell’annuncio di distruzione che fa quando sottoponi la tua alimentazione a vigilanza è pura demagogia.

Dimagrire è una rinuncia alle grandi manifestazioni organiche del mondo: alle vacche, ai maiali, agli agnelli, ai tacchini, alle patate, al riso, alle uova fritte con il chorizo, alle salse, alla pasticceria, al pane, allo zucchero, al formaggio francese con un sessanta per cento di grassi, al burro olandese, ai croissant, al pandispagna, alla panna, all’empanada galiziana, alla torta russa di Huesca, alla Sacher, alla ensaimada maiorchina, alla torta Biarritz di Barbastro. E naturalmente, alla paella valenciana. E al vino e al gin e al whisky e al milione di marche di birre esposte nei bar delle città occidentali. Perché anche il vino e gli altri alcolici fanno ingrassare molto e per di più non nutrono. Dimagrire è un no all’esuberanza alimentare dei milioni di ristoranti che abbelliscono questo mondo e la cui esistenza rallegra la vita degli uomini e delle donne.

Il cinema mi ha aiutato a riposare dal mondo, dalla ferocia del mondo.

Ho visto centinaia di film. Ho visto film belli e brutti, e adesso mi sembrano tutti un unico film, un film chiamato cinema, che salva vite, a me il cinema ha salvato la vita, come me l’ha salvata il rock. Ma non la letteratura, tranne Kafka, che è l’unico che salva vite.

Il cinema e la letteratura danno solidità alle nostre vaghe intuizioni.

Nuotare è morire, ma è una morte in cui ancora respiri. Nuotare è stare tra le acque, che erano qui dal principio e che conservano una forma di divinità, sono divinità le acque, sono madri, ti conoscono come figlio perduto sulla terra, un figlio che cerca nell’acqua riconciliazione, perdono e carità. L’acqua è la carità a cui aspiriamo noi perdenti.

Mi metto a piangere ma non piango, noi, la gente della mia età, piangiamo senza lacrime. Invece di piangere con le lacrime piangiamo con desolazione, con panico, con dolore; tutta quella desolazione e quel panico e quel dolore svanirebbero se riuscissi a scrivere il miglior libro del mondo. Ma, e se la mia vita fosse la miglior vita del mondo, non andrebbe bene così? Malinconici della terra, non lasciatevi imprigionare in questi nomi: ansia, angoscia, depressione maggiore, disturbo bipolare. Sono nomi tristi e cercano di collocarci nell’anormalità, ma tutti soffriamo in questa vita. La missione è trasformare la sofferenza in un’opera d’arte.

Ed è questo il motivo di queste pagine: che sono rimasto senza futuro, perché un essere umano di sessant’anni non è più un essere in potenza, ma in atto. È ormai una conclusione. Un avatar realizzato. Non c’è più spazio per l’illusione che domani sarà il giorno migliore della mia vita. Mi rendo conto che vivendo al riparo dell’idea che domani sarà migliore si vive molto bene. Non scriverò più il miglior libro del mondo. È questo il vero tema di questo libro: che il Messia è già venuto e ha già fatto il suo lavoro. È meraviglioso vivere al riparo del fatto che il meglio deve ancora arrivare. È la grande idea della civiltà, e del capitalismo, e della religione. Il Messia non è ancora nato, ma quando verrà il mondo sarà un’autentica festa di bellezza, giustizia, pace e felicità. Non mi meraviglia che gli ebrei neghino Gesù Cristo e adottino la postura dell’attesa, perché il mondo dopo il Messia non può essere un mondo pieno di peccato, sofferenza e depressione. È molto meglio l’idea che il Messia non sia ancora venuto. Adotterei questa idea, ma non posso perché sono ateo.

Questa è una malattia della corporazione degli scrittori. Credevo di essere l’unico a soffrire di questa malattia, ma si scopre che siamo legioni, moltitudini, paesi interi di scrittori e scrittrici che entrano nelle librerie di questo mondo per vedere se hanno in vendita i loro libri. Se non li hanno, la depressione che ti viene è inenarrabile.

Bisogna concentrarsi su questa idea: l’immensità del presente. Perché questo tempo presente è soltanto nostro. Il passato è dei morti. Il futuro è dei nostri trisnipoti, però il presente è nostro e soltanto noi lo conosciamo. Non è dato conoscerlo ai morti e ai non ancora nati.

Ah, dimenticavo. Una cosa vi chiedo, miei amati lettori: se non vi piace il mio ultimo romanzo non c’è bisogno che me lo diciate nei club di lettura. Mentitemi, non importa. È questo il trionfo della finzione: non importa se mi mentite. Mentitemi bene, quello sì. Ditemi «il tuo romanzo mi ha cambiato la vita», cose del genere, ma con forza drammatica, con verosimiglianza. Perché dovete mentirmi? Per l’addio, perché sto entrando nella cerimonia dell’addio e voglio andarmene felice. La verità ditela agli scrittori di quarant’anni, che hanno ancora il tempo di emendarsi e di imparare e di superarsi e di impegnarsi a fondo nel romanzo successivo. Ma a me, a me non dite la verità, perché so qual è, la verità è l’addio, è questa l’unica verità del mondo: l’addio.

A me hanno trasmesso la paura della vita attraverso la paura di rimanere senza lavoro, una paura atavica. La povertà si trasforma in paura della vita.

La documentazione per un romanzo è un lavoro di quelli veri, di quelli da rimboccarsi le maniche. Io non mi sono mai documentato, e questo avalla la tesi che sono colpevole e sono un autentico impostore. 

L’unità dell’universo si fonda sulla solitudine. L’unità della materia è solitudine. L’unità del mio corpo è solitudine. La solitudine era Dio prima del dio che abbiamo creato e ci siamo inventati proprio per sfuggire alla solitudine. L’ordinamento del tempo in passato, presente e futuro è comica. Un’ulteriore commedia.

lunedì 30 marzo 2026

Cosima di Grazia Deledda

Alcuni giorni fa, tra le mie Pagine Allegre, è uscito l'articolo "In casa ho una macchina del tempo", dedicato a Grazia Deledda, alla sua casa natale a Nuoro, alla necessità di tornare a leggerla e al piacere di farlo. 
Metterò qui, a seguire, quanto mi va di trattenere del volume Cosima (Il Maestrale), per quella memoria che cercherò nel tempo futuro delle mie incertezze.

Pag. 70. "La vita segue il suo corso fluviale, inesorabile: vi sono tempi di calma e tempi torbidi, a cui nulla può mettere riparo: e invano si tenta di arginarla, di mettersi anche di traverso nella corrente per impedire che altri ne venga travolto. Forze occulte, fatali, spingono l'uomo al bene o al male; la natura stessa, che sembra perfetta, è sconvolta dalle violenze di una sorte ineluttabile". 
Pag. 80. "Agiva sotto l'impulso di una forza quasi sovrannaturale, come in uno stato di ubriachezza. Ubriachezza di dolore, di disinganno, di spavento della vita, che, come tutte le ubriachezze violente, le lasciò un fondo di amarezza, anzi di terrore; un terrore che non l'abbandonò mai più, sebbene accuratamente sepolto da lei in fondo al cuore come il segreto di una colpa misteriosa e involontaria: l'antica colpa dei primi padri, quella che attirò nel mondo il dolore e ricade indistintamente su tutti gli uomini".

Pag. 82. "Così, quando si venne a sapere che la sua sorellina Cosima, quella ragazzina di quattordici anni che ne dimostrava meno e sembrava selvaggia e timida come una cerbiatta bambina, era invece una specie di ribelle a tutte le abitudini, le tradizioni, gli usi della famiglia e anzi della razza, poiché s'era messa a scrivere versi e novelle, e tutti cominciarono a guardarla con una certa stupita diffidenza, se non pure a sbeffeggiarla e prevedere per lei un quasi losco avvenire, Andrea prese a proteggerla e tentò, in modo invero molto intelligente ed efficace, di aiutarla".

Pag. 105. "Non fu tutto un sogno? Ma uno di quei sogni che bastano a illuminare una vita, anche negli angoli più ombrosi, come il sole e la luna illuminavano, in quei favolosi giorni di agosto, la boscaglia di elci intorno alla miracolosa chiesetta. Che importava l'umiltà e la rozza accoglienza della capanna? Serviva di rifugio solo alla notte, e per Cosima nelle ore delle sue scritture; il rumorio del bosco la copriva col suo suono di organo, e la luna col suo drappo d'argento. E le ragazze dormivano cullate da quella musica che non aveva l'eguale poiché era la musica della fanciullezza che risuona una sola volta nella vita. Ma per Cosima era qualche cosa di più grande e trepido; era tutta una rete di mistero, uno svolgersi di cose sorprendenti, come se ella galleggiasse in un fondo oceanico, circondata, non dal selvaggio bosco di elci e dalle rocce fantastiche, ma da tutte le meraviglie delle foreste sottomarine".

Pag. 112. "Il libro ebbe un successo femminile: lo lessero le fanciulle, e vi si ritrovarono, coi loro amori più libreschi che reali, coi loro convegni notturni immaginari, con le loro finte ali di struzzo che non possono volare. L'Editore mandò cento copie del volume, per tutto compenso dell'opera: il valore non superava quello dell'olio e del vino rubati in cantina; e il grosso pacco piombò in casa come un bolide sconquassatole. La madre ne fu atterrita, la sera gli girò attorno con la diffidenza spaventata di un cane che vede un animale sconosciuto: per fortuna Cosima ricordò che un suo cugino di terzo grado aveva una bottega di barbiere e spacciava giornali e riviste. Era un intellettuale anche lui, a modo suo, perché mandava la corrispondenza locale al giornale del capoluogo: e la proposta di Cosima, di spacciare qualche copia del romanzo, fu da lui accolta con disinteresse completo. Ma per la scrittrice fu un disastro morale completo: non solo le zia inacidite, e i ben pensanti del paese, e le donne che non sapevano leggere ma consideravano i romanzi come libri proibiti, tutti si rivoltarono contro la fanciulla: fu un rogo di malignità, di supposizioni scandalose, di profezie libertine: la voce del Battista che dalla prigione opaca della sua selvaggia castità urlava contro Erodiate, era meno inesorabile".

Pag. 135. "Così ella veniva a contatto col popolo, col vero popolo, laborioso e mite, che se pure poteva, come il mugnaio, mettere le grinfie sulla piccola roba del prossimo, lo faceva con parsimonia e poi andava a confessarsene. Magari anche la confessione era un po' fraudolenta, come quella del famoso contadino che tentò d'ingannare il confessore dicendogli di aver rubato una corda, e alle insistenti inquisizioni dell'uomo di Dio finì col dire che alla corda c'era attaccato un bue; ad ogni modo tutta gente buona, con donnine rispettose e sornione, uomini che dovevano combattere con la terra ingrata e solitaria e i venti e gli uccelli e le volpi per strappare il grano e il vino, dei quali si nutrivano come il sacerdote nella Messa.
Cosima li osservava, li studiava, ne imparava il linguaggio, le superstizioni, le maledizioni e le preghiere: e dal suo posto di osservazione vedeva anche il quadro e le figure del frantoio; sentiva le storielle che vi si raccontavano, le canzoni dell'ubriaco, le risate infantili del fratricida; e se le doleva il cuore e piegava la testa umiliata nel vedere Santus, il fratello nato per grandi destini, intagliare carrettini di ferula per i bambini del mugnaio, o spolpare le ossa di un arrosto di gatto assieme con gli altri compagnoni, pensava che solo la pietà può sollevare l'anima piegata dal male degli altri, e portarla sulle sue ali fino alle altissime soglie di un mondo ove un giorno tutti saremo eguali nella gioia di Dio.
Fra un segno e l'altro del registro i clienti del frantoio le raccontavano i loro guai, i loro drammi: qualcuno la pregava di scrivergli una lettera o una supplica. Così le venne lo spunto per un nuovo romanzo; attinto dal vero: attinto come la pasta nera delle olive dalla vasca del frantoio, che si mutava in olio, in balsamo, in luce; e mise un titolo grigio, che sotto però nascondeva anch'esso il seme del fuoco: lo intitolò Rami caduti."

domenica 15 febbraio 2026

La crosta terrestre era tutta inquinata

"Mozziconi raccolse da terra un giornale. Guardò la data e si accorse che era fresco di giornata. Secondo lui, cioè secondo il giornale, la crosta terrestre era tutta inquinata, le nazioni non facevano altro che litigare e in qualche posto si sparavano anche le cannonate. In Italia c'erano tanti disoccupati e scoppiavano le bombe nelle piazze e sui treni, ma gli assassini non li acchiappavano o non li volevano acchiappare".

Parrebbe oggi... era il 1975. Da Luigi Malerba, "Mozziconi", Einaudi, p. 31.

sabato 14 febbraio 2026

Girolamo Svampa

In questo 2026 mi sono trovato a fare un salto indietro di ben 400 anni, più o meno. Traghettatore di questo mio viaggio l'inquisitore Girolamo Svampa, come immaginato e reso vivo da Marcello Simoni nella sua lunga serie. Ottima scrittura, ottima ricerca e, al di là dei tanti frati presenti, un personaggio dalla tempra intrigante che crea curiosità ed empatia. 
I primi quattro volumi, il quarto ambientato proprio nel 1626, sono già fra gli scaffali. Ne conserverò qui, in questo mio archivio di citazioni, questi brevi frammenti.  

Marcello Simoni, “Il marchio dell’inquisitore” (I casi di Girolamo Svampa Vol. 1), Einaudi
“Fra’ Girolamo avanzò verso di lui per fronteggiarlo, ma gli si fermò di fronte senza proferir verbo. Io vi odio, sì, e ne ho ben donde, pensò serrando i pugni. Vi odio per quel che avete fatto a me e a mio padre. Vi odio per via del ragionare distorto che guida le vostre azioni, rendendovi più aberrante del concetto stesso di male. Ma voi… voi perché mi odiate?”

Marcello Simoni, “Il monastero delle ombre perdute” (I casi di Girolamo Svampa Vol. 2), Einaudi
“Di solito non prestava fede alle parole dei condannati a morte, così come a quelle di qualsiasi altra persona di presumesse capace di affermare la verità. A suo avviso, il genere umano era un’accozzaglia di accidenti necessari a cui si doveva ricorrere, in corso d’indagine, soltanto in extremis. E nulla più”.
“Limitatevi a rispondere, - lo riportò all’ordine l’inquisitore. - E siate il più oggettivo possibile. - Cosa intendete per oggettivo? - Che se potessi evitare di sorbirmi le vostre opinioni personali, i vostri pregiudizi e le vostre supposizioni, ve ne sarei oltremodo grato".

Marcello Simoni, “La prigione della monaca senza volto” (I casi di Girolamo Svampa Vol. 3), Einaudi
“La capacità di descrivere è una qualità rarissima, spesso soppiantata dalla pretesa di riportare agli altri non quel che abbiamo visto, bensì quel che crediamo di aver visto o, ancor peggio, quel che vorremmo avere visto”. 
 
Marcello Simoni, "Il pozzo delle anime" (I casi di Girolamo Svampa Vol. 4), Einaudi
"No, – fece lo Svampa. – Innanzitutto, dovremo visitare il luogo in cui è stato reperito il cadavere. –Il terreno dei gesuati? – sobbalzò il cardinal legato. – Perché mai? Non c’è nulla che valga la pena vedere in quel campo di sterpaglie! – È la cornice del dipinto che sono stato mandato a esaminare, – lo contraddisse l’inquisitore, infastidito da un tale sfoggio di superficialità. – Anzi, è lo sfondo della vicenda. Il punto in cui le azioni di Solomon Cordovero e quelle del suo presunto assassino hanno finito per collidere, al pari di due corpi governati da forze ancora sconosciute. E quando simili forze si mettono in moto, scontrandosi l’una con l’altra, lasciano sempre una firma. – Una… firma? – ripeté Salamandri, allibito. – Un marchio. Un indizio, – chiarí fra’ Girolamo. – Una traccia, pur infinitesimale, che possa consentirmi di iniziare a ricostruire gli eventi precedenti al verificarsi del delitto. – E, fatemi comprendere… sarebbe questo il vostro metodo d’indagine? – Certo! – annuí Capiferro, contribuendo ad accentuare l’espressione smarrita del cardinal legato. – Il metodo del furetto! Non ne avete mai sentito parlare?"

"Varcarono le mura di Ferrara il 25 ottobre, prima dei vespri, sotto una cappa quasi palpabile di nebbia che nascondeva le schiere degli edifici e le gobbe dei ponti a cavallo del fiume Po. Lungo le strade, nell’odore pungente di terra umida, si percepiva però anche un altro genere di grigiore, piú insidioso eppur difficile da identificare. Era il grigiore dei suoni, capí d’un tratto lo Svampa. Un grigiore che non significava assenza di vita, ma una sorta di sospensione del tempo e delle idee. Come se ad accoglierlo fosse una città nata tra i battiti di palpebra che dividono il sonno dalla veglia."

"Quindi, sprofondando nelle sue meditazioni, tornò a fissare le sagome di nerofumo intente a camminare nella nebbia. Dannati, concluse. Somigliavano a dannati che vagavano nel purgatorio."

"Fra le mie innumerevoli intolleranze, esimio confratello, non rientra solo quella verso l’inettitudine altrui, ma anche verso la mancanza d’igiene!"

"«Non saranno la luce e il chiarore del sole a farci uscire dalle tenebre, ma la conoscenza delle cose». Lo Svampa inarcò un sopracciglio. – E questa dove diavolo l’avreste trovata? – È una particola del De rerum natura di Lucrezio sfuggita al braciere di Paolo de Francis, – spiegò Capiferro, ammiccando. – Giusto per dimostrare che persino un libro condannato dalla censura può guidarci verso la verità!"

"Al contrario del segretario, che era immediatamente impallidito per il raccapriccio, lo Svampa mantenne il suo algido contegno. Lui, del resto, non credeva nel soprannaturale, né tantomeno nel potere degli innumerevoli feticci attraverso i quali, nel corso dei secoli, la superstizione e l’ignoranza avevano cercato di dar forma al volto del diavolo e dei suoi fratelli. Lui credeva nell’esistenza di un’unica, implacabile fonte del male. Quella insita nella natura umana."

"Non c’era irritazione nella sua voce, né alcun segno di pedanteria. Solo il tedio di chi pareva aver trascorso gran parte dell’esistenza a rimarcare l’ovvio al prossimo."

"Girolamo Svampa non tollera i propri simili. Il semplice star loro accanto, ascoltare i loro discorsi, osservare le loro movenze, equivale per lui al piú sottile dei tormenti."

"Bruciare parole. Bruciare idee. Il crimine piú mostruoso del quale poteva macchiarsi il genere umano. Perché nell’incommensurabile costellazione del pensiero universale, persino l’idea piú aberrante, l’eresia piú spaventosa, contribuiva a definirne la bellezza nel suo labirintico insieme."

venerdì 13 febbraio 2026

Il rumore delle cose nuove

Ecco qualcosa da trattenere da "Il rumore delle cose nuove" (Einaudi) di Paolo Genovese.

"Ma come la cambi la tua vita se a ogni passo che fai ti porti dietro il fango?"

"I ricordi li costruiamo noi. Prendiamo dalla nostra vita eventi importanti, col tempo li spogliamo di alcuni orpelli e li arricchiamo di altri che ci fanno comodo, dettagli che aiutano a sottolineare un determinato sentimento che vogliamo enfatizzare. Se il ricordo è bello, è probabile che lo descriveremo riportando sensazioni che in quel momento magari non abbiamo neanche provato: sono suggestioni successive, che rafforzano l’amore, la gioia, la passione. Il ricordo negativo, al contrario, viene rivalutato. Rimane l’evento avverso, ma stranamente non appare così ostile come lo è stato all’epoca. Una storia d’amore tossica e imbevuta di liti furiose verrà ricordata come quella di una coppia che non andava troppo d’accordo, e il relativo malessere verrà accantonato in nome di un revisionismo che alleggerisce il dramma. Il dolore di un lutto percorre il sistema linfatico del nostro corpo per sempre, ma pensare a chi si è perso dopo che la vita ha ripreso il sopravvento genera solo un triste sorriso di commozione. Tutto passa e viene riscritto dalla nostra mente, che ripulisce di inutili elementi l’essenza della memoria".

"[...] hiraeth, un termine gallese che descrive una nostalgia con delle sfumature particolari, quella per le cose che non sono avvenute e che avremmo voluto accadessero".

giovedì 12 febbraio 2026

Un musicista come uno sciamano

Dei tanti romanzi di Antonio Manzini dedicati a Rocco Schiavone, pur letti con passione, non ho tenuto traccia su questo blog. Tuttavia, con “Sotto mentite spoglie” (Sellerio), mi comporterò diversamente perché oggi mi sento un po’ sciamano.

“Rocco restò a guardare il palazzo di fronte dal quale sentiva provenire il suono di uno strumento a fiato. Aveva sempre pensato che essere un musicista fosse una benedizione. Poter passare le ore rifugiati in uno strumento, suonare musiche che ti portano in giro col pensiero e con il corpo. Non essere più sulla terra ma chissà dove. Un miracolo, avrebbe detto se fosse stato credente. L'arte più sopraffina, la musica, quella che colpisce più nel profondo, eppure non ha materia. Cos'è in fondo? Onde sonore che non hanno corpo né colore, forma o sostanza. Piccoli ectoplasmi vaganti che struggevano il cuore, maciullavano l'anima, o facevano danzare il corpo, ridere, vivere. E un musicista, come uno sciamano, poteva evocare tutto questo con uno strumento” (pag. 329).

lunedì 12 gennaio 2026

La mia ultima storia per te

Serviva una bella storia pre traghettare il 2025 nel 2026. Qualcosa con un po' di brivido ma piena d'affetto. Qualcosa per il presente e il futuro. Una storia d'amore, perché no, e di ricerca. L'ho trovata ne "La mia ultima storia per te" di Sofia Assante (Mondadori).
A memoria di ciò salverò, da pag. 360, le seguenti parole:

«Cézanne ha passato praticamente tutta la sua vita a dipingere la montagna di Saint-Victoire» disse. «Ne era ossessionato. Più di sessanta opere tra acquerelli e oli. Cambiava angolature, colori, pennelli... E ogni volta non era soddisfatto, ogni volta ricominciava. E sai perché?» si girò verso di me.
«Non era una questione di difficoltà, naturalmente, avrebbe potuto dipingere qualsiasi cosa e infondergli la vita» fece una pausa teatrale, «il motivo era che la montagna lo guardava. Si. Cézanne ripeteva: "La montagna mi guarda". Ricordo come si emozionava mamma nello spiegarmi questo concetto.» Le scappo una risata strana, quasi euforica. «Ci mancava poco che piangesse. Per lei, questa era l'essenza stessa dell'arte: Cézanne, il più grande artista mai vissuto, non era in grado di dipingere una montagna. Perché? Perché la montagna lo guarda, e se lo guarda vuol dire che non è un oggetto - del quale possiamo cogliere ogni sfumatura e lato - ma un soggetto. È viva. E chi mai sarebbe in grado di rappresentare davvero un essere umano? Nessuno. Nessuno può dire "io so chi sei" dell'altro. Nessuno può mettere la parola fine. Non ci conosciamo, e non ci conosceremo mai fino in fondo. Cézanne non poteva far altro che passare tutta la vita a dipingerla, quella montagna, e mai sarebbe arrivato a comprenderla.» 

martedì 25 novembre 2025

Risolviamo omicidi

Non conoscevo Richard Osman prima di "Risolviamo omicidi" (Feltrinelli) ma la lettura è stata un guizzo di piacevolezza. Un po' come frequentare quell'amico inglese di cui a volte non comprendi l'umorismo ma che ti fa ridere lo stesso per la smorfia che fa. 
Conserverò in quest'archivio digitale di citazioni quel Gary Gough che ognuno di noi conosce insieme ad un buon consiglio che alla mia età (Steve sa di cosa parlo, grazie Steve) è sempre bene tener presente. 

(Pag. 73) Giorno dopo giorno, Steve doveva vedersela con i Gary Gough di questo mondo. se ti guardi intorno nella New Forest, a raggio abbastanza ampio, ne trovi in giro ancora un bel po'. Quelli abbastanza di successo da non essersi mai fatti beccare. Quelli abbastanza furbi da non dare troppo nell'occhio, abbastanza svegli da uscire di scena al momento giusto. Con le loro siepi sussiegose e i trattorini tosaerba, sempre a smaniare per i soldi e per il gin. Gary avrà ancora qualche asso nella manica da giocarsi, ma Steve ha perso l'interesse. Quando arresti un Gary Gough, ne salta fuori un altro uguale da un'altra parte, poi un altro, poi un altro ancora, e di nuovo un altro. Un mare di Gary Gough, tutti lì ad aspettare il proprio turno. A volte capita che un Gary Gough uccida un altro Gary Gough poi un terzo Gary Gough attui la vendetta. Una stanchezza fottuta. Una noia fottuta.

(Pag. 103) Steve però ha imparato che non si deve mai provare risentimento per la felicità altrui. Ognuno si prende il meglio che gli è capitato, e capita che ci sia chi ha più fortuna di te. Ogni volta che senti che la tua infelicità si trasforma in amarezza, devi controllarti. Puoi convivere con l'infelicità, ma l'amarezza finirà per ammazzarti. 

domenica 23 novembre 2025

Se non più felici, più spensierati

Per una sosta a Bressanone consiglio “Il cuore è uno zingaro” di Luca Bianchini (Mondadori). Un giallo che invita alla cura del tempo. E per chi, come me, sa di aver vissuto anni problematici ma straordinari, terrò cura anche di queste poche parole.

(pag. 60). «Erano anni belli, eh?»
Il maresciallo continuava a pensare a cosa era appena accaduto.
«Erano anni in cui tutto poteva succedere ed eravamo, se non più felici, più spensierati. A partire dai bambini: ma li vede lei oggi i ragazzini che hanno un’agenda fitta d’impegni manco fossero Lionel Messi? Lezioni di sport, di musica, ripetizioni, lingue straniere… portano zaini più grandi di loro, addirittura hanno fatto lo zaino trolley! E poi sono tutti soli con gli occhi sul telefono, nessuno che guarda il cielo e le altre persone. Io boh. Per non parlare delle canzoni: all’epoca sembravano leggere e un po’ sceme ma i ragazzini ancora adesso conoscono Gioca Jouer, e Maledetta primavera la cantano pure all’Armani Cafè ai compleanni vip. Quante canzoni di oggi canteremo tra quarant’anni? Non ci ricordiamo neanche le hit dell’anno scorso.»

giovedì 20 novembre 2025

A tutti i carcerati

Concluso il viaggio con “La regola del silenzio” di Oscar Farinetti (Bompiani), mi terrò tre periodi, tre lampadine accese di un volume che tanto deve e regala alla lettura, alla pagina, alla parola. Ad iniziare dalla dedica, una tra le più belle che ho letto in questo 2025, per tornare indietro attraversando la letteratura e i libri.

(Pag. 300) Dedico perciò questo romanzo a tutti i carcerati, reali e metaforici, con l’augurio che la loro voce possa sempre trovare ascolto. Perché la parola è il solo, vero strumento che abbiamo per comprendere il male, ricucire le ferite, difendere pace e libertà.

(Pag. 214) La letteratura era lì, nel suo fragile corpo fatto di carta e inchiostro ma con tutta la sua potente, incomparabile capacità di farsi strumento di liberazione e rinascita.

(P. 119) I libri mi aiutavano molto. Perché la cosa bella che trovi nei libri è la meraviglia dell’imperfezione della vita, l’oscuro che diventa cifra percepibile. E si tratta di una cifra bellissima, proprio perché è inafferrabile.

lunedì 10 novembre 2025

Troncamacchioni

Non potevo trovare parole migliori per iniziare la nuova tournée di “Matteotti - Anatomia di un fascismo”. Ricordando un polesine toscano, di acqua e terra, latifondo e tasche vuote, sfruttamento e miseria. E l’idea, la visione, la necessità, il sogno, l’utopia di un’umanità migliore, o di poche lire in più in tasca per accendere la stufa, col sottofondo dei manganelli.
Leggere questo testo è un risarcimento alla memoria della mia terra, della mia Toscana, perché ce n’è sempre bisogno, oggi più di ieri: “Troncamacchioni” di Alberto Prunetti (Feltrinelli). Partirò dall’inizio perché è fenomenale. Due pagine meravigliose che non voglio dimenticare. Insieme al resto. 
Per saperne di più, a partire dai troncamacchioni, rimando alla seguente pagina su www.ospiteingrato.unisi.it.

(Pagg. 11 e 12). C’era una volta cent'anni fa una Maremma ribelle, sovversiva e indomita. Una Maremma diversa da quella di oggi. Una Maremma crognola, tetragona, armigera. Una Maremma proletaria, solidale, minerale. Quella Maremma i fascisti banno provato a bonificarla. Ne hanno fatto una Maremma domesticata, ispezionata, spiata, diretta, legiferata, regolamentata, recintata e indottrinata. Una Maremma catechizzata, controllata, censurata e comandata. Una Maremma annotata, registrata, censita, timbrata, squadrata, postillata e impedita. Una Maremma riformata, raddrizzata e corretta. Una Maremma ammonita, fuoriuscita e confinata.
Ma io vi canterò di quell'altra Maremma. La Maremma ribelle e indomita. Canterò allora l'armi e gli eroi, il sangue e il respiro grosso, la rabbia e l'ira funesta dei villici crognoli di Maremma. Narrerò le fughe tra i lecceti gli scopeti i castagneti e i forteti, col cuore in gola e le labbra spaccate, coi piedi gonfi dal freddo e le narici piene di tabacco. Vi dirò di carbonai impeciati che mangiano leccio e cacano carbonella, di carbonai che ceduano il bosco a cottimate di bestemmie mentre il mulaio smacchia salmodiando sulla virtù della moglie del granduca Leopoldo di Lorena, secondo di questo nome, che notoriamente se la face tu con Pionono. Potrei dirvi poi dell'orrido marmo, a perpetua memoria e sollazzo dei piccioni, dedicato a Canapone, che faceva ridere tutta Firenze, dalle mura al Bargello, col suo giallo testone. E come non citare quel gesuita, lo Ximenes, che mise rubinetti per tutti i paduli, i paduletti, le gore, le polle, gli stagni, le maremme, le chiare e fresche e dolci acque in cui mi son bagnato sin da fanciullo. Tutto questo potrei dirvi e altro ancora: gli eretici dell'Amiata e i flagellanti di Roccatederighi, la banda del Prete e gli ultimi briganti sovversivi, gli sterratori ammalati di malaria e i condannati ai lavori forzati, l'opera nazionale e il tribunale speciale, i malfattori renitenti e i refrattari impenitenti, i grassatori delinquenti, gli anarchisti animosi, faziosi furiosi e criminosi, la quercia di Garibaldi, il salto della Pia e quello del fosso di Gavorrano, quando a un contrasto in ottava rima si mette mano; e ancora vi direi dei "nostri padri etruschi" che si vergognerebbero di cotanta prole, della Bella Marsilia e beato chi se la piglia, del salto in padella del brigante Tiburzi venduto alla carta nel menù del giorno e dei cipressi di Bolgheri a fermentazione controllata con lieviti naturali, alti e schietti e in duplice filar.
Potrei dirvi di Guidoriccio da Fogliano all'assedio del castello di Montemassi, che s'incazza come un turco al pensiero di Cecco Angiolieri, mentre i turchi, quelli veri, insegnano al beato di Boccheggiano le beatitudini dell'ano. Che altro ancora? Vi dirò di transumanti e migranti, di disertori briganti, di occhi gialli e buzzi verdi, di malaria e fegato grosso, di chinino e acque cotte, di stagionanti svernanti cottimanti rampicanti pensionanti e militanti a cottimo, a minuto, a dettaglio e a tanto all'ora. Tutto questo potrei dirvi, e altro ancora... Ma mi fermo, per ora, al nome di Marchettini Domenico, detto il Ricciolo. 

(Pagg. 45 e 46) Ci vuole gente come il signor Pierazzi, che il Mauri lo vedrebbe bene a fare il politico. Ma lui non sembra interessato alla politica, anzi, dice che per ora il suo unico programma è chiudere le sedi delle leghe contadine e sindacali, le case del popolo, i locali dei sindacati e dei partiti di sinistra, le tipografie, le cooperative e le società di mutuo soccorso. Che poi sono le organizzazioni del movimento operaio che il carabiniere Mauri deve continuamente tenere sotto controllo, come richiesto dal prefetto. In effetti questi squadristi in camicia nera ci appiccano direttamente il fuoco ai posti che i carabinieri devono tenere sott'occhio. A dire il vero, ha detto il Mauri al prefetto, bisognerebbe chiudere anche i municipi, dato che i comuni di questa zona, dopo le elezioni amministrative del 1920, sono quasi tutti in mano a giunte di bolscevichi. Il prefetto l'ha fissato con sguardo grave, poi ha strizzato l'occhio e gli ha detto: "Sarà fatto”.
E hanno cominciato. Sono partiti da Grosseto, per poi rastrellare paese dopo paese. Gli squadristi in camicia nera arrivano sui camion. Pestano un po' di gente, anche a caso: quanti ne trovano, tanti ne picchiano. Poi entrano in comune manganello alla mano, purgano il sindaco socialista e gli fanno firmare le dimissioni, che il prefetto accoglie volentieri. Dopo si infilano nelle case dei socialisti, e anche lì rastrellano mobili e vettovaglie e incendiano tutto sulla pubblica via. Saccheggiano i bar, distruggono le tipografie dei giornali rossi, le case del popolo, le camere del lavoro. Infine, ubriachi marci, spaccano un altro po' di teste, rubano quel che c'è da rubare e se ne vanno cantando Giovinezza e gridando viva l'Italia fascista.
E si fanno chiamare italianissimi e patrioti. 

(Pagg. 101 e 102) Dopo 23 anni di schiavitù mi rivolgo a voi per avere giustizia di certi fatti successi a mio marito. Socialista di fede, costui era un ostacolo che i fascisti dovevano sopprimere per le loro brigantesche gesta. Non potendo trovare nulla nel suo modo di agire, quella stretta cerchia di lazzeroni cominciò col togliergli ogni lavoro, sperando di ridurlo in miseria. Un giorno lui disse al fascista Lorenzo Ferrari, allora segretario del fascio di Tatti, che Mussolini, come aveva tradito noi socialisti, domani avrebbe tradito loro fascisti. Fu per questo barbaramente bastonato. Questo fu l'inizio di una serie di soprusi e angherie che dovevano rovinare la vita di mio marito. Così, ci siamo trovati per anni nella più squallida miseria: senza lavoro, senza risorse, e avendo me e due figli da sostentare, la mia casa frugata di continuo, saccheggiata da squadre di fascisti e di carabinieri con la scusa di cercare bandiere, libri e quadri antifascisti. Lui insultato, spiato, perseguitato continuamente. Non aveva più pace, non potevamo più vivere.
Le perquisizioni continuavano incessantemente e il peggio si raggiunse quando mi trovarono in casa la fotografia di Matteotti. Fu terribile quel che ci fecero: mia figlia minore ne provò tanto spavento da avere il sangue travagliato e da allora non fu più la solita. Debole, malaticcia, impressionabile per un nonnulla, finché ne venni privata. Accuso i fascisti della sua morte: essi me l'hanno uccisa.
Dovemmo alla fine andare a vivere fuori da Tatti, in campagna, troppi ricordi tristi aveva quel paese per noi. Ma anche là mio marito era ormai incapace di lottare: avevano fiaccato il suo spirito, non era più che un relitto. Immaginate il mio strazio nel vederlo deperire di giorno in giorno. Me lo portarono infine all'ospedale di Massa Marittima che era agli estremi: e li morì.
Io adesso mi rivolgo a voi, del Comitato di liberazione nazionale, per avere giustizia. Essi non hanno avuto pietà di noi, ci hanno colpiti negli affetti più cari. Siate irremovibili.
Lettera al Comitato provinciale di liberazione nazionale di Michelina Caselli, Tatti, 1944

(Pag. 140) La tragedia non è cosa per poveri, pensavo un tempo. Ai poveri si addice la commedia. Ma la realtà è che anche il tragico si addice agli ultimi, quello che a loro manca è la retribuzione finale, la compensazione, la catarsi alla fine della novella nera.
Rimane almeno, adesso, il racconto, che forse è poca cosa, ma è meglio di niente.

mercoledì 29 ottobre 2025

Il libraio di Gaza

Lascio un consiglio di lettura per questo tempo senza memoria come l'umanità che ne fa la storia. Il libraio di Gaza di Rachid Benzine (Corbaccio, 2025). 

(Pag. 27) Io però li aspetto. Aspetto tutti i miei lettori. Immaginari o reali, non ha importanza. Non sono solo. Le parole dei libri lacerano tutti i silenzi. Si impongono. Il lettore è un prigioniero consenziente, aggrappato all'illusione che a ogni pagina che volterà sarà più libero. E invece si perde sempre di più, viene assorbito, fino a diventare incapace di districarsi in questo labirinto di parole. Eppure, proprio questo supplizio che mi sono scelto mi ricorda perché sono qui, in questa bottega, ad aspettare. In tutti i casi, a Gaza si aspetta sempre qualcosa. Tutti aspettano qualcosa. 

(Pagg. 110 e 111) La mattina dopo, le ombre delle rovine si allungano come spettri mentre piovono goccioloni sulla città. S'infrangono senza pudore sulle lamiere arrugginite e risuonano come preghiere mancate. Le nuvole si accumulano, scure e gonfie di rancore.
Qual è il crimine di Gaza? Qui, la pioggia non purifica, finisce per insudiciare di più, coprendo i vicoli di un fango denso, spietato. Cancellando i passi, dissolve le tracce dei vivi e dei morti, s'insinua nelle fessure dei muri e dei cuori, raffredda l'esile calore che vi si aggrappa. Ogni lacrima caduta dal cielo sembra portare l'oppressione di una tristezza troppo pesante per questo mondo. Eppure, nonostante tutto, questa pioggia si lascia sfuggire, talvolta, una bellezza scandalosa, proprio dove si attarda su un vetro incrinato. In questi fugaci bagliori, Gaza sembra un gioiello frantumato, ammaccato di miseria e di luce. Come se Dio stesso, colto da uno strano rimorso, tentasse di offrire un ultimo splendore prima dell'oscurità.  

(Pag. 113) È più facile parlare degli orrori del mondo che della bellezza delle cose. Non ci crede? Come esprimere la meraviglia davanti a un neonato? Come essere all'altezza della grazia e della tenerezza di un bambino che si sveglia? Come ritornare su quello che ci è passato davanti, i giorni e le notti, la gioia nell'oppressione, la felicità del nostro focolare? Non lo so, ora che tutto è scomparso. Ora che la sabbia si è dissolta. Qualcuno ha scritto, un giorno, che si riconosce la felicità dal rumore che fa andandosene.

(Pagg. 115-118) Dai tempi di Jabaliya, aveva conservato una passione per il teatro, che sperava di poter trasmettere ad altri. Voleva promuovere i nostri ideali attraverso la scena e aveva creato una troupe amatoriale con i ragazzi delle tendopoli. Ne parlava come di un'urgenza, qualcosa di inderogabile.
Aprire la gente a tutte le culture, ecco cosa le stava a cuore. E così, sapeva allestire con la stessa bravura Il sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare, o un'opera di Brecht o di lonesco. Molto tempo dopo, negli anni Novanta, con i suoi amici portò in scena un'opera di Wole Soyinka.
Voleva mostrare ai bambini che era possibile reinventare il mondo. Che i loro corpi potevano diventare linguaggio. Che potevano davvero essere dei re, degli eroi, dei pensatori, anche in mezzo alle macerie.
Era la loro regista, la loro guida in quel viaggio immaginario, nel quale il teatro era una forma di verità. Un modo per diventare se stessi impersonando qualcun altro. Per lei, l'arte poteva rivelare tutto, anche l'invisibile.
Ora che non c'è più, e il suo ricordo s'inabissa nella voragine della sua assenza, ogni giorno faccio l'inventario di tutto quello che lei è stata, stilando in questo taccuino logoro elenchi nei quali poi mi immergo per sentirla ancora ridere.
Hiam era:
-   un vestito di cotone azzurro che indossava spesso;
-   una cicatrice alla base del pollice destro;
-   un modo di camminare, veloce, quasi frettoloso;
-   un odore di sapone all'olio d'oliva;
-   dita abili che cucivano lenzuola;
-   risate;
-   una canzone dei Sabreen, che lei canticchiava in cucina;
-   il suo sguardo alla nascita di nostra figlia;
-   il suo stetoscopio attorno al collo, e la sua camicetta.
E ora è un'assenza che si estende, che dilaga, che s'infila ovunque. Ho smesso di cercarla, mi lascio invadere da quello che ha lasciato: ricordi, frasi interrotte. Forse non è andata via. Forse è diventata il vuoto che mi circonda, quel profilo invisibile che dà forma alla mia quotidianità. E ogni volta che respiro, è il suo fiato che lei mi offre, come se la sua assenza fosse diventa ta il tessuto della mia vita. Lei non c'è più, ma continua a impregnare ogni cosa. Le ombre che scivolano sui muri al crepuscolo, il silenzio che riempie le mie notti da quando se n'è andata, il vento che soffia tra le case, le grida dei bambini che giocano. In fondo, non so se l'ho perduta o se sto trattenendola. Forse entrambe le cose.
Ma so che se continuerò a parlare di lei, a scrivere di lei, lei non potrà mai scomparire completamente. Credo che avesse ragione: io parlo troppo. E allora le chiedo di compatirmi, Julien, se non taccio e voglio farla rivivere per lei. E chiedo che anche lei possa perdonarmi. 'Noi siamo gli specchi infranti di coloro che ci hanno generato' ha scritto Jean Genet.

(Pag. 122) Non ho perdonato, ma so che esistono dei giusti. Che la pace impossibile è il dolore condiviso dei giusti da entrambe le parti.

(Pag. 126) La maggior parte dei libri che leggo e rileggo, li ho scoperti in carcere. Ognuno racconta almeno un anno della mia reclusione. E li rileggo sia per ricordare sia per comprenderli. Un grande libro è come un pozzo senza fondo. Enigmi irrisolti, e dietro la storia, un punto cieco. E a volerlo illuminare ci si perde, bisogna invece prenderlo per quello che è: la benedizione di un mistero. Capisce? Sono sicuro di sì. I libri che si amano sono quelli che non si sono compresi, o che si credeva di aver compreso ma poi, rileggendoli, si scopre che avevano un altro senso, un'altra sfaccettatura, una parte inesplorata.

(Pagg. 128-131) Spesso invisibili, vivi o morti, i tuoi genitori ti accompagnano in ogni istante della tua esistenza, senza che tu te ne renda conto. Come una prova, come un rimpianto che porterai dentro di te per tutta la vita. Non si guarisce dalla loro assenza.
Si muore ogni giorno un po' di più. I miei erano e saranno sempre una fonte dalla quale traggo la forza di risollevarmi. Mio padre era il silenzio, mia madre il rumore. E io li guardavo, ascoltavo, imprimevo nella mia mente. C'era in loro quella specie di malinconia, simile alla saudade di Fernando Pessoa. Dal loro cuore appesantito dagli anni, dalle perdite e dai sacrifici, la lezione delle tenebre arrivava ormai soltanto per accenni.
Con il passare del tempo, mio padre era diventato curvo. Reggeva il peso invisibile di tante battaglie perdute. Il suo volto segnato dal sole, dal vento e dalle onde era soltanto un paesaggio di ombre. Le sue rughe profonde tracciavano percorsi verso una memoria che non si raccontava più da tanto tempo. Spesso i suoi occhi sembravano guardare oltre il visibile, come se cercasse qualcosa che nessun altro poteva vedere: un ricordo precedente l'esilio, una promessa lontana. Forse una giustizia divina. Non voleva più saperne di parole inutili, di gesti superflui. Ogni cosa che faceva aveva uno scopo preciso: riparare una porta che non si chiudeva più, rinforzare un muro che minacciava di crollare, piantare un albero che rischiava di non sopravvivere al bombardamento successivo, ma piantarlo ugualmente. Tutto in lui era azione, necessità. Era metodico, quasi ossessionato dai dettagli. La mattina si lisciava i capelli con l'acqua, un gesto automatico, che ripeteva da decenni. Quando si infilava i sandali, li sistemava con cura.
Trovava il modo di dirci che ci amava. Lo capivamo dal suo alzarsi prima dell'alba per farci trovare un po' di calore, dai suoi incoraggiamenti ripetuti per vederci studiare, crescere, partire. Fu questo linguaggio a insegnarmi l'amore. È quello che si riesce a udire nei silenzi.
Mia madre era spesso sull'orlo dell'esplosione, ma quel vulcano era avvolto dalla dolcezza. Moto perpetuo, era sempre in piedi, sempre indaffarata. Piegava e dispiegava gli stessi panni, asciugava mille volte le medesime stoviglie, come se l'attività potesse scongiurare la stanchezza, l'attesa. Anche quando faceva cuocere il pane su una piastra in mezzo alle braci, doveva girarlo e rigirarlo in continuazione. Era la custode di un fuoco ancestrale, che riscaldava l'anima, oltre al corpo. Un po' magica come tutte le madri, aveva quella strana capacità di riempire una stanza, anche quando non c'era. A volte canticchiava, una melopea che si elevava come un'orazione nell'aria densa di polvere. Era un canto senza parole, né salmodia coranica, sé canzone profana. Forse un'eco della sua infanzia.
Di quando le loro terre erano ancora fertili e libere.
Molti ricordi precisi che ho dei miei genitori li devo a Hafez che, dopo la loro morte, scrisse pazientemente tutto quello che sapeva di loro in due quaderni diversi.
Poi me li consegnò. Parole per esprimere la sua attenzione e il suo amore. Tutti quei dettagli che a me erano sfuggiti.

(Pag. 136) Da sessantasei anni viviamo questa lotta, non abbiamo conosciuto altro, e siamo ancora qui. Fantasmi, ogni giorno un po più invisibili agli altri. E a noi stessi. Come lo siamo da sempre agli occhi del mondo.

lunedì 27 ottobre 2025

Bebelplatz

Bebelplatz. La notte dei libri bruciati, di Fabio Stassi (Sellerio, 2024). Un viaggio da compiere, necessario. La ricerca dei tempi, delle ragioni, dei nomi. Ne terrò traccia in due piccoli punti.

A dispetto di una lunga e duratura pace, la follia della guerra aveva continuato a crepitare anche in Europa, sotto le braci: era divampata sanguinosamente in Jugoslavia, alla fine dello scorso secolo, si era riaffacciata nel Donbass e avrebbe di nuovo infiammato la Palestina di lì a poco. Il fragore minaccioso di nuovi bombardamenti rendeva molto più percepibile il ricordo di tutte le distruzioni che li avevano preceduti. Se gli uomini fossero delle conchiglie, mi aveva detto mia madre, quand'ero bambino, sarebbe questo il solo suono che tratterrebbero per sempre.
L'allarme di una sirena, lo scalpitio affannoso sulle scale di un ricovero sotterraneo, l'eco di un'esplosione interminabile. Chi lo ha sentito una volta, nella vita, non la dimentica più.

«Non dimentichiamo - ha ribadito recentemente lo scrittore svedese Björn Larsson - che gli stermini e i genocidi sono sempre stati proceduti dalla deumanizzazione delle vittime designate».
Il punto da fissare e definire era questo, quindi: in quale momento si perde il diritto a stare dentro la legge. Lo avevano detto in tanti, ma mi sembrava di non averlo mai compreso fino in fondo: se al nemico non si riconosce nessuna dignità, non è più qualcosa di opposto ma ancora simile, il cui contrasto può essere regolato da un insieme di regole: esce totalmente dalla sfera umana. Di conseguenza, il conflitto si trasforma in uno scontro tra una ipotetica civiltà e una ipotetica barbarie, e svincola qualsiasi azione bellica da ogni sistema disciplinato di principi e ordinamenti. Così anche un crimine, persino il peggiore dei crimini, un genocidio pianificato a livello industriale attraverso una impersonale catena di montaggio, smette di essere considerato tale da chi lo commette […].

Muffin di mais

Devo cucinare i muffin di mais! 

Da Geffrey Deaver, La mano dell'orologiaio, Rizzoli (2024).

(Pag. 97) Arrivò un enorme muffin di mais. Pulaski ricordò che, secondo Sellitto, i muffin di mais non facevano troppo male perché non avevano lo zucchero come quelli al mirtillo. E il mais era nutriente. Pulaski non ne sapeva abbastanza per dissentire o convenire. E poi, perché farlo? A tutti piacevano i muffin di mais.

sabato 18 ottobre 2025

Comici spaventati guerrieri

Mi sono imbattuto in “Comici spaventati guerrieri” di Stefano Benni di un lontano anno 1986. Che linguaggio arduo. Che anni difficili, sembravano. E forse lo erano e lo sappiano noi oggi che lì nasceva il disagio di questo nostro esistere.
Tratterrò per me tre punti.

Il primo mi ricorda quegli stessi anni. Tenevo pur io la cartamoneta da cinquecento lire per comprare il cono gelato. Ed ora, nel 2025, ho lo stesso pensiero sul tempo. La citazione è a pag. 86 dell’edizione 2023 di Feltrinelli.

Lucio decise di seguire l’indicazione del velocipede, e brandendo una cartamoneta da cinquecento entrò nella locanda sormontata dalla parola luminosa “Ice cream”. Subito vide che le cinquecento lire non avrebbero potuto comprare neanche un sospiro di mirtillo.
Nulla rende l’idea del tempo passato
Quanto il crescer del prezzo del gelato.

La seconda è un canto senza respiro. Un monologo di quegli anni che è rimasto appeso al muro come un dipinto a colori in stile Ulisse di Joyce. È da pag. 93 a pag. 96.

Lee inizia a parlare, uno di quei fuochi di artificio che lei ben conosce. Devo trovare un uomo. Si chiama Coccodrillo. Spaccia. O forse non è lui. Sai se Leone si bucava? Tu dici di no, ma spesso non si dice neanche a chi ti sta vicino. No, hai ragione tu, Leone non era il tipo. Però cosa faceva li a Bessico? C'è quel tipo, Federico, un fascista ripulito, l'ho preso da parte, mi ha spiegato le virtù di quel palazzo. Ho imparato a imitarli sai, a volte cammino e parlo come loro, sento quello che pensano, non ci credi? Mi hanno portato via i miei libri, certi vanno bene altri no, dicono, proprio come in carcere, e anche sei punture di Zerol mi fanno e io mi alzo e corro via e loro ci restano di merda, il dottore ha detto, questo è come se c'avesse dentro un'altra chimica, ed è vero, non guardarmi così: è la scienza che lo dice, tutte le volte che guardi più profondamente una cosa, trovi nuovo disordine, nuove particelle, figure nella polvere e tutto quello che sapevi di quella cosa salterà in aria. Hai mai visto i matti guardare sempre nello stesso punto? Tu non sai cosa possono vedere e non sai perché resto sveglio e non voglio salvarmi ad ogni costo, non guardarmi così. Una volta ci
somigliavamo, eravamo tre note di un accordo, leone Cina e zingara, ma poi c’è un punto in cui i fili si rompono e gli altri si allontanano. Ma i bastardi li vedo bene sì, quelli sono ancora al loro posto pazzi di rabbia perché per una volta li abbiamo smascherati, e non ce la perdoneranno mai nei secoli dei secoli e allora è guerra, non farmi i tuoi discorsi miti, la mitezza è un privilegio grande ma il dolore la avvelena in un attimo, io esco da quella galera e la città è peggio che mai, la gente cade per terra, parla da sola, vomita e crepa e tutti passano e non hanno visto niente, e si affrettano a dare nuovi eleganti nomi alla loro corruzione, e ogni tanto parlano dell'uomo comune, ipocriti, l'uomo comune che vi piace è stupido e avido come voi, così lo vorreste, un vigliacco che può ammazzare per vigliaccheria, mentre loro ammazzano per necessità, per i loro divini soldi, Lucia, sono loro ora gli estremisti, violenti assassini estremisti dell'ideologia più ideologia del secolo, un'economia più sacra di una religione, più feroce di un esercito, ricordando bene con un brivido quando tutto salterà in aria, quando s oscurerà, malattia senza sintomi, caos di geroglifico incomprensibile e voi sempre più crudeli informati impotenti in mezzo alla strada, e chi raccoglierà i frammenti allora gli oggetti i rottami, magari ci fosse qualcuno, magari ci sarà davvero Lucia, questa è la speranza e intanto brucio e non c’è nessun patto da firmare né col diavolo né con la rassegnazione, Lucia, siamo un'altra cosa da sempre fortunatamente e non guardarmi così no, non ho finito, te lo dico io chi ha ucciso Leone, forse uno di questi che una volta facevano i compagni e hanno spacciato per anni e dicevano che erano i fascisti, col cazzo, vieni con me a vedere chi sono, oppure hai paura, scusami non venirci, son posti schifosi ci nuota il coatto si dice adesso, come suona bene, peccato che tutti i compagni non siano come te Lucia, vieni a vedere questo Coccodrillo spia della polizia, me l'ha venduta tante volte la roba e quando ho smesso me la lasciava gratis sul sedile della macchina, generoso, vero? Come quelli che ti lasciavano l'esplosivo in casa e dicevano ognuno deve fare la sua parte, eppure c'è chi mi ha salvato tante volte, parlato, anche tu Lucia, e ci sarà alla fine una verità Lucia e scopriremo la verità giù nell'acqua e su fino al più altissimo porço non ci credi? dimmi di sì, io brucio dentro questa storia e non ne vedrò la fine, ma scopriremo la verità, perché se c'è solo un po' di verità c'è speranza e chi l'ha fatta brillare ha fatto abbastanza e non importa se poi non si salverà, salvarsi per avere cosa, questo mondo dove continuano a insultare chi è debole, Lucia, se penso a tutte le persone pulite che ho incontrato e continuano a offenderle Lucia, le uccidono, non ci sono parole per questo delitto, non si può sopportare tutto questo capisci Lucia quando sono nella mia stanza e qualcuno urla anche con gli occhi si può urlare Lucia, Lucia mi chiedo, che cosa è successo, perché fingete di non vedere, vorrei capire qualche volta Lucia, ma sapessi che musica nella testa, negli oggetti consumati, e dopo quanto veleno ti senti addosso Lucia, e allora pensa se non fosse così, se non ci credessi più, se tossi perbene Lucia saremmo una coppia normale, io e te, al ritorno dal cinema andremmo a casa e non saremmo perduti in una città di notte, ma quelli perbene forse sono perduti lo stesso Lucia, ma se almeno ascoltassero, se capissero che l'altra metà di verità per quanto si può raccontare solo urlando è l'altra metà necessaria, Don si può togliere via non si può dimenticare, alla fine solo il dolore esiste come esisto io, un matto per strada, un matto è una persona che non sa dove andare, niente di più Lucia, tu puoi capire, tu che sei benedetta tra le donne, tu che mi hai visto felice, tu che sei coraggiosa tu che a volte mi hai lasciato solo come un cane tu che adesso per favore scendi non guardarmi ti dico, questo è un sentiero per comici spaventati guerrieri e io non voglio né vincere né perdere solo che tu mi ricordi e dopo che mi anneghino nello zero di quelle medicine e mi chiamino come vogliono e tornino a raccontare le loro storie, non sono vere, manca metà, tu lo capisci cara, almeno tu e allora scendi per favore.
"Vengo con te," disse Lucia.

La terza perché a quasi quarant’anni di distanza tutti dicono “che sporca cosa è la guerra” ma pensano ancora che è bella ed eccitante. Anzi, qualcuno, senza memoria, ha smesso di pensarlo ed ha perfino iniziato a dirlo. Da pag. 98 a pag. 99.

Ridiscendiamo al primo piano. Sandri guarda un film di guerra e gli piace, è uno di quei film dove tutti dicono "che sporca cosa è la guerra" ma si capisce che invece il regista pensa che è bella ed eccitante. È così rassicurante pensare che per mille coglioni che parlano contro la guerra ne basta uno fidato che metta un po’ di tritolo nel posto giusto per raccendere tutto, come il gas. Sandri guarda la sua collezione di pistole e la trova più bella e fatale di qualsiasi collezione di pipe. Dopo il film c'è un dibattito con un intellettuale pacifisso. Stronzi. Abbiamo letto anche noi, cosa credete? L'Iliade è un libro sull'ira, l'Odissea sull'incazzatura di un dio vendicativo e l'Eneide un massacro e l’Orlando è furioso e la Gerusalemme mica la liberano col carro attrezzi e Shakespeare finisce sempre a spadate e Don Chisciotte non l'ho letto ma se è Don sarà tipo "il padrino" con sangue e mitragliate. Si guarda allo specchio, gonfia il torace, si trova niente male. Non come Rambo, ma non importa. I Rambi passano, i Sandri restano.