sabato 14 febbraio 2026

Girolamo Svampa

In questo 2026 mi sono trovato a fare un salto indietro di ben 400 anni, più o meno. Traghettatore di questo mio viaggio l'inquisitore Girolamo Svampa, come immaginato e reso vivo da Marcello Simoni nella sua lunga serie. Ottima scrittura, ottima ricerca e, al di là dei tanti frati presenti, un personaggio dalla tempra intrigante che crea curiosità ed empatia. 
I primi quattro volumi, il quarto ambientato proprio nel 1626, sono già fra gli scaffali. Ne conserverò qui, in questo mio archivio di citazioni, questi brevi frammenti.  

Marcello Simoni, “Il marchio dell’inquisitore” (I casi di Girolamo Svampa Vol. 1), Einaudi
“Fra’ Girolamo avanzò verso di lui per fronteggiarlo, ma gli si fermò di fronte senza proferir verbo. Io vi odio, sì, e ne ho ben donde, pensò serrando i pugni. Vi odio per quel che avete fatto a me e a mio padre. Vi odio per via del ragionare distorto che guida le vostre azioni, rendendovi più aberrante del concetto stesso di male. Ma voi… voi perché mi odiate?”

Marcello Simoni, “Il monastero delle ombre perdute” (I casi di Girolamo Svampa Vol. 2), Einaudi
“Di solito non prestava fede alle parole dei condannati a morte, così come a quelle di qualsiasi altra persona di presumesse capace di affermare la verità. A suo avviso, il genere umano era un’accozzaglia di accidenti necessari a cui si doveva ricorrere, in corso d’indagine, soltanto in extremis. E nulla più”.
“Limitatevi a rispondere, - lo riportò all’ordine l’inquisitore. - E siate il più oggettivo possibile. - Cosa intendete per oggettivo? - Che se potessi evitare di sorbirmi le vostre opinioni personali, i vostri pregiudizi e le vostre supposizioni, ve ne sarei oltremodo grato".

Marcello Simoni, “La prigione della monaca senza volto” (I casi di Girolamo Svampa Vol. 3), Einaudi
“La capacità di descrivere è una qualità rarissima, spesso soppiantata dalla pretesa di riportare agli altri non quel che abbiamo visto, bensì quel che crediamo di aver visto o, ancor peggio, quel che vorremmo avere visto”. 
 
Marcello Simoni, "Il pozzo delle anime" (I casi di Girolamo Svampa Vol. 4), Einaudi
"No, – fece lo Svampa. – Innanzitutto, dovremo visitare il luogo in cui è stato reperito il cadavere. –Il terreno dei gesuati? – sobbalzò il cardinal legato. – Perché mai? Non c’è nulla che valga la pena vedere in quel campo di sterpaglie! – È la cornice del dipinto che sono stato mandato a esaminare, – lo contraddisse l’inquisitore, infastidito da un tale sfoggio di superficialità. – Anzi, è lo sfondo della vicenda. Il punto in cui le azioni di Solomon Cordovero e quelle del suo presunto assassino hanno finito per collidere, al pari di due corpi governati da forze ancora sconosciute. E quando simili forze si mettono in moto, scontrandosi l’una con l’altra, lasciano sempre una firma. – Una… firma? – ripeté Salamandri, allibito. – Un marchio. Un indizio, – chiarí fra’ Girolamo. – Una traccia, pur infinitesimale, che possa consentirmi di iniziare a ricostruire gli eventi precedenti al verificarsi del delitto. – E, fatemi comprendere… sarebbe questo il vostro metodo d’indagine? – Certo! – annuí Capiferro, contribuendo ad accentuare l’espressione smarrita del cardinal legato. – Il metodo del furetto! Non ne avete mai sentito parlare?"

"Varcarono le mura di Ferrara il 25 ottobre, prima dei vespri, sotto una cappa quasi palpabile di nebbia che nascondeva le schiere degli edifici e le gobbe dei ponti a cavallo del fiume Po. Lungo le strade, nell’odore pungente di terra umida, si percepiva però anche un altro genere di grigiore, piú insidioso eppur difficile da identificare. Era il grigiore dei suoni, capí d’un tratto lo Svampa. Un grigiore che non significava assenza di vita, ma una sorta di sospensione del tempo e delle idee. Come se ad accoglierlo fosse una città nata tra i battiti di palpebra che dividono il sonno dalla veglia."

"Quindi, sprofondando nelle sue meditazioni, tornò a fissare le sagome di nerofumo intente a camminare nella nebbia. Dannati, concluse. Somigliavano a dannati che vagavano nel purgatorio."

"Fra le mie innumerevoli intolleranze, esimio confratello, non rientra solo quella verso l’inettitudine altrui, ma anche verso la mancanza d’igiene!"

"«Non saranno la luce e il chiarore del sole a farci uscire dalle tenebre, ma la conoscenza delle cose». Lo Svampa inarcò un sopracciglio. – E questa dove diavolo l’avreste trovata? – È una particola del De rerum natura di Lucrezio sfuggita al braciere di Paolo de Francis, – spiegò Capiferro, ammiccando. – Giusto per dimostrare che persino un libro condannato dalla censura può guidarci verso la verità!"

"Al contrario del segretario, che era immediatamente impallidito per il raccapriccio, lo Svampa mantenne il suo algido contegno. Lui, del resto, non credeva nel soprannaturale, né tantomeno nel potere degli innumerevoli feticci attraverso i quali, nel corso dei secoli, la superstizione e l’ignoranza avevano cercato di dar forma al volto del diavolo e dei suoi fratelli. Lui credeva nell’esistenza di un’unica, implacabile fonte del male. Quella insita nella natura umana."

"Non c’era irritazione nella sua voce, né alcun segno di pedanteria. Solo il tedio di chi pareva aver trascorso gran parte dell’esistenza a rimarcare l’ovvio al prossimo."

"Girolamo Svampa non tollera i propri simili. Il semplice star loro accanto, ascoltare i loro discorsi, osservare le loro movenze, equivale per lui al piú sottile dei tormenti."

"Bruciare parole. Bruciare idee. Il crimine piú mostruoso del quale poteva macchiarsi il genere umano. Perché nell’incommensurabile costellazione del pensiero universale, persino l’idea piú aberrante, l’eresia piú spaventosa, contribuiva a definirne la bellezza nel suo labirintico insieme."