lunedì 20 aprile 2026

Lezione concerto dell'Orchestra Multietnica di Arezzo

Domani mattina si tornerà in classe anche se poi si tornerà in teatro perché saranno le classi a raggiungerci. L'appuntamento è fissato per le ore 11 presso il Teatro Rosini di Lucignano. Sul palco l'Orchestra Multietnica di Arezzo (una porzione, una fetta della torta), in platea gli studenti Z Generation dell'I.C. "Rita Levi-Montalcini" di Lucignano. Nell'aria musica e un po' di semi per il futuro da piantare chissà dove. 

Il tappo quotidiano

Un nuovo lunedì nel traffico: l'incontro con il primo tappo quotidiano della tua giornata si fa sempre più vicino! 
Chi è il tappo? "Il tappo è l’automobilista eccessivamente lento. Il viaggiatore tanto rispettoso del Codice - a tal punto, paradossalmente, da non aver bisogno di rispettarlo - da essere a sua volta in errore, ma per difetto. Un soggetto anche pericoloso, e causa di tante sfortune per tanti automobilisti, cui tutti, prima o poi, siamo andati incontro".
Tratto da "Inesorabilmente lento" di Gianni Micheli (Edizioni Helicon), l'unica, riconosciuta, autorizzata (dal sottoscritto) "teoria del tappo". 


domenica 19 aprile 2026

3000 post su IG

Se ben ricordo il tempo, il giorno e l'occasione era il 14 luglio 2012. Mi iscrissi perché Instagram inseguiva le immagini, i luoghi, gli attimi, i sogni. Rappresentandoli li svelava, li manifestava in sfumature insolite di originalità e bellezza e aveva delle cornici per ogni scatto entusiasmanti (così mi pareva). Era, soprattutto, un social libero, disancorato, apparentemente illimitato. 
Oggi festeggio il post numero 3.000 ed Instagram è profondamente cambiato anche se io continuo ad utilizzarlo per dare colore a immagini, luoghi, attimi e sogni, manifestando la visione dell'occhio, del mio occhio, prima che scompaia. Il resto non mi interessa, non mi appartiene, lo lascio a chi viene e a chi verrà.
Curiosità: 3.000 post in 5.027 giorni danno il risultato di un post ogni 40 ore circa. Una bella costanza direi. E non pochi luoghi, attimi e sogni!
Per la foto ho scelto l'architettura del foyer del Teatro della Pergola di Firenze. Classica come me. Geometrica come me. Con scorci e punti di fuga. Un po' come me.  

"Il miglior libro del mondo" di Manuel Vilas

Non so se Manuel Vilas abbia effettivamente scritto "Il miglior libro del mondo" (Guanda) ma, per quanto mi riguarda, sotto tanti aspetti, per i miei 56 anni di vita e pochi meno di scrittura, ha scritto il libro definitivo, il libro che fa il punto, e leggerlo è stato un piacere spugnoso di malinconia. 
Conserverò qui i periodi che più mi riguardano, che amerò rileggere e ricordare. Sono molti, lo so, eppure ho dovuto cancellarne non pochi rispetto alle sottolineature sull'originale. 
Chi ha fame di "libri migliori del mondo" lo legga. Non c'è altro da fare.

* * * 

Qualche morto di fame dei miei antenati deve esserci nel mio sangue, qualcuno che non ha mai avuto nemmeno gli occhi per piangere, non so, verso il XVII o il XVIII secolo, e il suo sangue mi va dritto alla testa e mi dice: «Mangia». 

El último mono, che grande invenzione della lingua castigliana. La mia vita è stata, come quella di tutti, un tentativo disperato di non essere l’ultima ruota del carro. Molti vi diranno che ci sono altre cose nella vita. Sì, ci sono. Ma smettere di essere l’ultima ruota del carro può darsi che sia la prima.
Molte volte ho pensato di rimanere a casa. Di non andare alle feste, ai ricevimenti, ai festival. Però ci vado sempre. Ebbene, il motivo per cui ci vado è davvero pittoresco. Non ci vado per vedere ed essere visto, come fanno quasi tutti. Ci vado perché così mi risparmio la cena, e perché non devo rifarmi il letto e perché mi mettono in alberghi con stanze dai bagni luccicanti, per tutti questi motivi vado ai festival e ai congressi e alle fiere del libro. Ogni volta che mi invitano a pranzo o a cena mi sento felice, questo l’ho già detto, ma il fatto è che arrivo perfino a calcolare i soldi che risparmio al supermercato, e perciò ho sempre il frigorifero vuoto. Non so perché, ma è così. Per chiarirlo, per dargli un nome, la cosa migliore è fare ricorso a quel mio antenato del XVII o XVIII secolo (calcolo che sia vissuto più o meno in quell’epoca) che ha sofferto molto la fame e il cui corpo famelico persevera geneticamente nel mio cervello. Il mio trisnonno o la mia trisnonna, il morto di fame”.

Io mi rendo conto che le amicizie entrano nell’entropia, dovremmo celebrare anche l’entropia, l’usura, il disordine.

L’egoismo non soltanto è immorale, è anche informe, rozzo, brutto, non è detestabile soltanto eticamente, ma ancor di più esteticamente.
L’eterno ritorno di noi stessi, dei nostri bisogni, non sappiamo nemmeno che siamo egoisti, che vivere ed essere egoisti è la stessa cosa, che fuori dall’egoismo semplicemente muori.

Io non sono uno scrittore, ma un tossico delle parole, un tossico della vita che c’è ancora nelle parole. Benvenuto nel paese delle meraviglie, nella massima fluttuazione dei pensieri e delle forme.

I sessant’anni sono l’età del raccolto e uno scrittore raccoglie soltanto fumo, vento, ricordi. L’unico modo per non raccogliere fumo è uno stato erotico di fornicazione permanente, ma questo l’ho già detto, ripeterlo non implica ripetere l’atto reale della fornicazione, soltanto le parole che la avvolgono.

Non dovete avere paura della morte, la si teme perché si ama la vita, né di rimanere soli nella vita, di diventare anziani dimenticati da tutti, paura mai, ogni momento della tua vita, per quanto cupo, contiene tutto ciò che sei stato, e questo è sacro. Dopo la morte ci sarà un estuario di pienezza, dove il sole della bellezza non tramonterà mai, e se non c’è, ci sarà il nulla, e anche di quello varrà la pena. Non dovete o non devo? È un non devo, è chiaro. È inconcepibile il nulla per uno che ha amato tanto i misteri della vita, ma succederà. 

La mia missione in questa vita è cadere in ginocchio per l’ammirazione davanti a cose che la gente non guarda nemmeno.

Poi mi guardo allo specchio, prima di mettermi a scrivere, e vedo i segni dell’invecchiamento, vedo come il mio volto si sposta giorno dopo giorno verso regioni remote della pelle e delle rughe, e a poco a poco smetto di essere me per trasformarmi nell’altro che alla fine si trasformerà in me, e così in un processo continuo che si concluderà in qualche momento, e il momento della scomparsa sarà la più grande festa immaginabile. 

Un’altra confessione dei miei sessant’anni: morirò senza avere scritto il miglior libro del mondo, il libro che dia un senso a tutta l’umanità, e quindi penso di avere fallito.

Gli amori non corrisposti, anche se sono quelli dell’infanzia, non se ne vanno mai. Forse si ricordano più di quelli corrisposti. Rimangono lì nella memoria e lanciano le angosciose fiammate dei desideri non realizzati, un fermento acre di cui si ubriacano gli assassini, i boia, i poeti incapaci e i mistici ossessi e obesi.

Il mio studio è il fuoco. Nel mio studio il fuoco è il capo, un capo cattivo che mi umilia ogni giorno, che mi chiede di lavorare sempre di più, che mi paga poco, che mi bullizza, che non è mai soddisfatto. Pessimo capo, il fuoco.

Cos’è l’universo se non una dipendenza dalla materia.

Molte volte non ceno, e allora raggiungo anche una forma di pienezza. I nostri corpi ci ingannano da migliaia di anni, ci fanno credere che abbiamo bisogno di mangiare sempre di più, ma è falso, cercano l’accumulazione di grasso, sono corpi capitalisti. E finiamo per mangiare sempre di più, e allora i corpi si deformano, si allargano, occupano troppo spazio, e lo occupano invano, come il capitalismo. Ho tentato, almeno in questi anni ultimi, di far sì che la mia alimentazione avesse uno scopo, che avesse un’armonia, una delicatezza. Che fosse bella, ci ho provato e mi sono molto innervosito mille volte quando mi hanno invitato a cena. Se non mi invitano, non vado mai a pranzo o a cena nei ristoranti, non posso, non so farlo. Mi innervosisco quando il cameriere porta del pane eccellente che nessuno mangerà. Rimango a fissare il pane con una pena infinita, e se non lo mangia nessuno, prego che non lo buttino.

La verità è l’addio, un addio interminabile che si incarna di continuo in milioni e milioni di commiati.

L’umiliazione adora la circolarità.

Guarda, Franz, quello che tu hai visto è ancora in piedi: la civiltà è uno scambio incessante e incendiario di umiliazioni, di esseri umani che umiliano altri esseri umani, e le gerarchie sono ancora in piedi, sempre più impenetrabili e inintelligibili, tanto inintelligibili quanto razionali e reali. Chiamiamo vivere uno scambio di umiliazioni. Tutto a posto, Franz”

Quasi tutti abbiamo qualche deformità fisica, è come un ricordo della stranezza della nostra evoluzione, della singolarità dell’Homo sapiens. La normalità sono i nasi grandi, appuntiti, aquilini. In tutti c’è una perseveranza della malformazione, dell’errore, dell’abominevole, del detestabile. Non c’è motivo di nasconderlo.

Per questo la materia è così importante, è l’unica cosa che contrasta la dispersione della vita, del passato. Se tocco la materia, mi invade una potente sensazione di realtà.

E pensare che tutti questi milioni e milioni di storie che popolano il mio passato si trasformeranno in silenzio assoluto quando morirò, e che meraviglia questo livellamento tra il rumore della vita e il silenzio informe e indifferente. E questo mi fa pensare che abbiamo circa cinquemila anni di vite private intensissime e di cui non rimane più nulla. Cent’anni fa qualcuno deve aver vissuto le stesse mie cose, anche duecento anni fa, ma tutto si è liquefatto.

Spero che alla fine la mia vita si trasformi in una commedia. Tutti ci impegniamo a essere tragedia, perché sembra che lì ci siano la profondità e la trascendenza, ma se vivi nella commedia soffri di meno e sai di più. E il riso si trasforma in bontà.

Documentarsi per scrivere un romanzo, è peggio che alzarsi alle cinque del mattino per andare a coltivare la terra.

Non è facile uscire indenne dai mali della malinconia, preferisco chiamarli così, mi infrangono le illusioni, mi viene voglia di tornare a bere, di buttarmi con la mia macchina da una scogliera a duecento chilometri all’ora, ma sono tutte fantasie, fantasie create dal dolore, perché anche il dolore è una forma di invito alla vita, almeno il mio dolore, che ha sempre avuto la sua originalità.

Bisogna sempre essere ubriachi. Tutto qui: è l’unico problema. Per non sentire l’orribile fardello del Tempo che vi spezza la schiena e vi tiene a terra, dovete ubriacarvi senza tregua. Ma di che cosa? Di vino, di poesia o di virtù: come vi pare. Ma ubriacatevi.

E penso di nuovo a quelle ore di solitudine, perché gli esseri umani non sono fatti per tanta solitudine come quella che ha dentro il mestiere di scrittore.

Parlo del fatto che valga la pena vivere per le pagine bianche e adesso per lo schermo del computer. Perché mentre scrivi non fai l’amore, non baci, non mangi, non viaggi, non prendi per mano le persone che ami, non entri tra le onde di una spiaggia meravigliosa. Questa rinuncia alla vita all’aria aperta che è nel cuore della letteratura, vale la pena? Questi scaffali sono pieni di uomini e donne che hanno regalato le ore della loro vita a questa grande chimera.

Quello che vogliono i poveri è smettere di essere poveri, non continuare a essere poveri in modo che così i poeti comunisti possano scrivere poesie comuniste.

Non credo nella storia, ma credo nelle lingue, perché le lingue concretizzano il tempo.

Quando avevo diciassette anni ero felice con un libro in mano, ora con un libro in mano brucio di sconforto perché l’autore di quel libro è uno scrittore migliore di me, ha saputo vedere più di me. E mi getta addosso l’enorme senso di colpa del fallimento come scrittore, che è il peggior fallimento del mondo perché è un fallimento dell’amore per il mondo.

Noi scrittori falliamo soltanto come scrittori, è questo il tema fondamentale della vita di uno scrittore. Perché la letteratura è in sé stessa il fallimento, poiché compete con la vita, e chiunque competa con la vita fallirà sempre. Noi scrittori sentiamo di fallire due volte. Una, come esseri umani. Un’altra, come scrittori. Il problema è che alla fine non sappiamo distinguere un fallimento dall’altro. È questa l’origine di ogni nostra commedia. Non distinguiamo più la nostra vita dai nostri libri, perché i libri vampirizzano la tua vita.

Tutti gli scrittori e tutte le scrittrici sono insaziabili. Non saranno mai felici. Borges non fu felice, perché i suoi libri non hanno adattamenti cinematografici e non gli diedero il premio Nobel. Non ha neanche la fama di un Ernest Hemingway. Gli scrittori scrivono per vincere tutti i premi del mondo e per essere letti da milioni di esseri umani.

Io sto gestendo male il mio senso di colpa da un sacco di tempo. Da quanto? Be’, sessant’anni di pessima gestione imprenditoriale e morale del mio senso di colpa. La colpa è uno dei sentimenti più complessi che esistano. Se un lettore dice di uno qualunque dei miei romanzi che è brutto o che gli è risultato insopportabile, il colpevole sono io. Sui social e su Amazon ci sono migliaia di commenti sui miei romanzi. Quando leggo commenti negativi, desidero impiccarmi, perché la colpa di aver fatto male il mio lavoro mi è insopportabile.

Il mondo è un immenso paragone, perché soltanto dal confronto nascono la conoscenza e la certezza.

Cerca la verità la letteratura? La verità non esiste, esistono soltanto le parole, e al di là delle parole tornano altre parole.

Ho visto tante umiliazioni, sono stato umiliato tante volte; alla fine della storia, se Dio esistesse, il suo Giudizio Finale si baserebbe su un computo valutativo delle umiliazioni: quelle che abbiamo sofferto e quelle che abbiamo inflitto ad altri.

Quei maltrattamenti di figli e figlie nei confronti di padri e madri che nascondono un’intera civiltà. La vergogna è il sentimento più terribile e spossante e devastante e uno non sa che fare, perché la colpa è sempre sua. E la verità è questa, ma non abbiamo il coraggio, milioni di padri e madri non hanno il coraggio di questa verità e io in questo istante sono un terrorista della storia emozionale dei rapporti tra genitori e figli. La cosa fondamentale è che adesso non me ne importa; voglio dire che lo capisco, e capendolo trovo sollievo da quella vertigine della colpa e della punizione. Immagino che se ti maltrattano è perché te lo meriti. E se non te lo meriti, sicuramente finirai per meritartelo. Oppure te lo meriti anche troppo, il fatto è che non sai vederlo, e questo fa sì che te lo meriti non due volte ma cento. Mi hanno maltrattato anche nei miei diversi lavori e nella letteratura perché la vita sociale è uno scambio di maltrattamenti; maltrattamenti minori, micromaltrattamenti, se vuoi, maltrattamenti molecolari, maltrattamenti quantistici, della grandezza del bosone di Higgs. Io avrò maltrattato qualcuno? I maltrattamenti sono circolari? Sono un cane che si morde la coda? Sei gentile con persone che non si degnano di dirti buonasera, in una incredibile agonia interminabile della storia dell’umiliazione. Però è evidente che anch’io ho maltrattato altre e altri. Chi misurerà i maltrattamenti? A questo serviva il Giudizio Finale, che era un’invenzione meravigliosa. Il Giudizio Finale era la più grande macchina di precisione di tutti i maltrattamenti passati, presenti e futuri degli esseri umani. Il Giudizio Finale era l’obbiettività piena. Finalmente la contemplazione della giustizia suprema, indiscutibile, atemporalmente da rispettare,

Mi porto addosso una sofferenza psichica annientante, cerco di camuffarla, di nasconderla, di non farla notare da nessuno. È da tutta la vita che è così. Mezzo secolo a dissimulare il dolore. La gente ride alle mie battute, e tuttavia sono le battute di un condannato a morte.

La pienezza in questa vita si dà in dosi di cinque secondi, però il giorno dura ventiquattr’ore, eppure quei cinque secondi sono più importanti dell’universo, dei mari, e della tua famiglia.

Invecchiare è perdere la partita, ti fanno scacco matto in quattro giorni. Vedi arrivare lo scacco matto, invecchiare è un’aberrazione, è l’umiliazione più umiliante che esista, però nessuno te lo confesserà, tutti ti diranno che sei ancora vivo, eccetera eccetera, nessuno vuole confessare che non vale la pena di invecchiare perché il corpo è stato consumato e l’anima non esiste.

E mi dico: usala in un altro modo, la letteratura, voglio dire, usala per passare il tempo. Non usarla per conoscere fino all’intestino com’è il tempo che sta passando ma soltanto per passare il tempo.

Soltanto il mio ateismo mi aiuta, sono profondamente ateo, se nell’ateismo possono esistere dei livelli. Il mio ateismo è l’unica cosa che mi rimane, l’unica arma che ho per non essere umiliato. È bello il mio ateismo. È la vittoria più gigantesca degli sventurati di questo mondo: l’ateismo. Mi difende da tutte le umiliazioni in ogni tempo e in ogni spazio. Non ci sono arrivato senza sforzo, mi è costato molto. È uno dei grandi successi della mia vita. È un ateismo infuriato ed euforico.

Ho scritto tutti i libri che ho scritto per poter morire in pace, questo è difficile da spiegare, per arrivare all’ultimo minuto della mia vita con un buon carico di parole.

Uno scrittore senza i suoi lettori è la più grande anima in pena dell’universo, è la stessa immagine di quella di un padre o di una madre che ha visto morire il figlio.

E la salute mentale non esiste. Dio, che non esiste, si ubriacava con le droghe fondamentali: aria, fuoco, acqua, terra. Invecchiare è anche contemplare l’invecchiamento di tutte le superstizioni umane che danno senso alla vita umana.

Noi scrittori siamo tossici dell’oscurità, scendiamo a trovarla ogni giorno. Lei ci ruba le illusioni e noi la soffochiamo e la picchiamo con la luce delle nostre parole, un combattimento quotidiano che accade soltanto nelle nostre menti malate, almeno di quelle del tipo di scrittore che sono io, e spero di non essere solo in questa categoria di scrittori malati. Avere compagnia quaggiù, qualcuno con cui chiacchierare.

Forse quello che sto chiedendo è smettere di essere uno scrittore e tornare alla condizione di essere umano normale. Come si fa? Se il tuo cervello è stato fatto a pezzi dalle parole, non puoi più tornare a un cervello in cui le parole non siano coltelli, ma semplici

Nel mio caso, del dono delle lingue lo Spirito Santo se n’è sbattuto i coglioni.

Le persone non guardano le persone, guardano soltanto i loro schermi, il che è perfetto per uno come me, che si dedica a guardare le persone che guardano i cellulari. Ti lasciano guardare le facce degli altri a piacimento. Puoi spiare con tutta la tranquillità del mondo. Non c’è nulla negli schermi che sia più interessante della gente che guarda gli schermi, qui, nella metro di Parigi. 

I misteri dell’umanità sono di carattere linguistico; una persona che parli francese, inglese, spagnolo, cinese, tedesco, italiano, polacco, giapponese, russo, arabo, portoghese, hindi, greco, ebraico, ungherese, romeno potrà arrivare a conoscere l’umanità, ma non la luce. Non basta parlare inglese e un’altra lingua. Il mondo sono migliaia di lingue. Per comprendere l’umanità bisogna parlare tutte le lingue, e questo è impossibile. Nessuno parla tutte le lingue, perciò siamo dove siamo, in un’incomprensione della nostra identità umana che sfocia in guerre e in morte e in miseria.

Tutti noi che guardiamo i quadri siamo soli come chi ha dipinto quei quadri, ma abbiamo pagato sedici euro per saperlo. Adesso devo decidere quanto tempo devo rimanere qui, alla mostra, perché la spesa abbia senso. Sono qui da un’ora e mezza e già vacillo. Dovrò rimanerci almeno due ore, in modo che mi venga otto euro all’ora, che sembra il prezzo di un film, un prezzo ragionevole. Forse dovrei starci tre ore, così mi verrebbe cinque euro e qualcosa all’ora. L’ideale, quattro ore, così mi costerebbe quattro euro all’ora. Vediamo come risolvo questo guazzabuglio di prezzo, arte, bellezza e soldi, a cui si aggiunge il tempo che mi rimane da vivere, ovviamente. Sì, ho pagato sedici euro dalla mia triste tasca.

La salute è questo: sangue che va bene, sangue pieno, neuroni che controllano e vigilano e creano pensiero, ossa levate in armi, occhi che vedono, stomaco che trasforma carni, pesci, frutta e verdure in buon sangue.

Il cibo è stato una delle grandi ossessioni della mia vita. Mi fa impazzire mangiare, ma mi fa impazzire anche essere magro. Mi è stato molto difficile integrare queste due passioni. Dal 2018 mi peso ogni giorno. Ho tre bilance nella mia casa di Madrid, e un’altra nella mia casa nello Iowa, la casa di Ana e mia negli Stati Uniti. Mi sono appassionato al mondo delle bilance, che mi fanno anche inorridire, perché sono la legge, sono la ragione e la verità di ciò che sei. Una bilancia ti dice chi sei, perché misura lo spazio che occupi sotto il sole e quanto ti ama la gravità della terra.

Il tuo corpo ti ingannerà sempre quando cerchi di mangiare solo quello che consumi. Il primo capitalista di questo mondo è il tuo stesso corpo, che pretende da te che accumuli ricchezza e ornamenti sotto forma di rotolini e sacche di grasso, che ti chiederà sempre di più. L’unico modo per dirgli di no è con la ragione illuminata, con il fatto misurato, con una bilancia. Perché con una bilancia si ricorda al tuo corpo capitalista che quell’annuncio di distruzione che fa quando sottoponi la tua alimentazione a vigilanza è pura demagogia.

Dimagrire è una rinuncia alle grandi manifestazioni organiche del mondo: alle vacche, ai maiali, agli agnelli, ai tacchini, alle patate, al riso, alle uova fritte con il chorizo, alle salse, alla pasticceria, al pane, allo zucchero, al formaggio francese con un sessanta per cento di grassi, al burro olandese, ai croissant, al pandispagna, alla panna, all’empanada galiziana, alla torta russa di Huesca, alla Sacher, alla ensaimada maiorchina, alla torta Biarritz di Barbastro. E naturalmente, alla paella valenciana. E al vino e al gin e al whisky e al milione di marche di birre esposte nei bar delle città occidentali. Perché anche il vino e gli altri alcolici fanno ingrassare molto e per di più non nutrono. Dimagrire è un no all’esuberanza alimentare dei milioni di ristoranti che abbelliscono questo mondo e la cui esistenza rallegra la vita degli uomini e delle donne.

Il cinema mi ha aiutato a riposare dal mondo, dalla ferocia del mondo.

Ho visto centinaia di film. Ho visto film belli e brutti, e adesso mi sembrano tutti un unico film, un film chiamato cinema, che salva vite, a me il cinema ha salvato la vita, come me l’ha salvata il rock. Ma non la letteratura, tranne Kafka, che è l’unico che salva vite.

Il cinema e la letteratura danno solidità alle nostre vaghe intuizioni.

Nuotare è morire, ma è una morte in cui ancora respiri. Nuotare è stare tra le acque, che erano qui dal principio e che conservano una forma di divinità, sono divinità le acque, sono madri, ti conoscono come figlio perduto sulla terra, un figlio che cerca nell’acqua riconciliazione, perdono e carità. L’acqua è la carità a cui aspiriamo noi perdenti.

Mi metto a piangere ma non piango, noi, la gente della mia età, piangiamo senza lacrime. Invece di piangere con le lacrime piangiamo con desolazione, con panico, con dolore; tutta quella desolazione e quel panico e quel dolore svanirebbero se riuscissi a scrivere il miglior libro del mondo. Ma, e se la mia vita fosse la miglior vita del mondo, non andrebbe bene così? Malinconici della terra, non lasciatevi imprigionare in questi nomi: ansia, angoscia, depressione maggiore, disturbo bipolare. Sono nomi tristi e cercano di collocarci nell’anormalità, ma tutti soffriamo in questa vita. La missione è trasformare la sofferenza in un’opera d’arte.

Ed è questo il motivo di queste pagine: che sono rimasto senza futuro, perché un essere umano di sessant’anni non è più un essere in potenza, ma in atto. È ormai una conclusione. Un avatar realizzato. Non c’è più spazio per l’illusione che domani sarà il giorno migliore della mia vita. Mi rendo conto che vivendo al riparo dell’idea che domani sarà migliore si vive molto bene. Non scriverò più il miglior libro del mondo. È questo il vero tema di questo libro: che il Messia è già venuto e ha già fatto il suo lavoro. È meraviglioso vivere al riparo del fatto che il meglio deve ancora arrivare. È la grande idea della civiltà, e del capitalismo, e della religione. Il Messia non è ancora nato, ma quando verrà il mondo sarà un’autentica festa di bellezza, giustizia, pace e felicità. Non mi meraviglia che gli ebrei neghino Gesù Cristo e adottino la postura dell’attesa, perché il mondo dopo il Messia non può essere un mondo pieno di peccato, sofferenza e depressione. È molto meglio l’idea che il Messia non sia ancora venuto. Adotterei questa idea, ma non posso perché sono ateo.

Questa è una malattia della corporazione degli scrittori. Credevo di essere l’unico a soffrire di questa malattia, ma si scopre che siamo legioni, moltitudini, paesi interi di scrittori e scrittrici che entrano nelle librerie di questo mondo per vedere se hanno in vendita i loro libri. Se non li hanno, la depressione che ti viene è inenarrabile.

Bisogna concentrarsi su questa idea: l’immensità del presente. Perché questo tempo presente è soltanto nostro. Il passato è dei morti. Il futuro è dei nostri trisnipoti, però il presente è nostro e soltanto noi lo conosciamo. Non è dato conoscerlo ai morti e ai non ancora nati.

Ah, dimenticavo. Una cosa vi chiedo, miei amati lettori: se non vi piace il mio ultimo romanzo non c’è bisogno che me lo diciate nei club di lettura. Mentitemi, non importa. È questo il trionfo della finzione: non importa se mi mentite. Mentitemi bene, quello sì. Ditemi «il tuo romanzo mi ha cambiato la vita», cose del genere, ma con forza drammatica, con verosimiglianza. Perché dovete mentirmi? Per l’addio, perché sto entrando nella cerimonia dell’addio e voglio andarmene felice. La verità ditela agli scrittori di quarant’anni, che hanno ancora il tempo di emendarsi e di imparare e di superarsi e di impegnarsi a fondo nel romanzo successivo. Ma a me, a me non dite la verità, perché so qual è, la verità è l’addio, è questa l’unica verità del mondo: l’addio.

A me hanno trasmesso la paura della vita attraverso la paura di rimanere senza lavoro, una paura atavica. La povertà si trasforma in paura della vita.

La documentazione per un romanzo è un lavoro di quelli veri, di quelli da rimboccarsi le maniche. Io non mi sono mai documentato, e questo avalla la tesi che sono colpevole e sono un autentico impostore. 

L’unità dell’universo si fonda sulla solitudine. L’unità della materia è solitudine. L’unità del mio corpo è solitudine. La solitudine era Dio prima del dio che abbiamo creato e ci siamo inventati proprio per sfuggire alla solitudine. L’ordinamento del tempo in passato, presente e futuro è comica. Un’ulteriore commedia.

Teatro della Pergola

La platea del Teatro della Pergola, "primo grande esempio di teatro all'italiana", anno d'inaugurazione 1657.

Sorsero così i palchi, caratteristica peculiare del teatro all’italiana che nasce proprio con la Pergola: piccoli spazi separati che permettono ad ogni famiglia di ammirare lo spettacolo da una posizione privilegiata. I malevoli attribuiscono questa origine, più che alle citate modalità di visione, alla litigiosità proverbiale dei fiorentini: assegnando un palco a ogni famiglia si evitavano spiacevoli frizioni tra gruppi rivali.

sabato 18 aprile 2026

Le 100 repliche di "Matteotti - Anatomia di un fascismo"

Ci sono foto che non fermano solo il tempo ma la storia. Di chi vi è coinvolto ma non solo. E spesso nascono per la più strana delle fortune: linee che s'incontrano nel luogo giusto, nel momento opportuno, per poi riprendere il proprio cammino.
Giovedì 16 aprile, al Teatro della Pergola di Firenze, si è compiuto uno di questi abbracci fortunati tra le linee della vita e quelle della storia. "Matteotti - Anatomia di un fascismo" festeggiava la sua centesima replica mentre Filippo Manzini, il fotografo di scena del teatro, pur senza saperlo, ci chiedeva di posare per una foto per l'album storico del teatro fiorentino. Nulla di più semplice e per noi, per ognuna delle nostre singole storie, di più bello.
Personalmente sono convinto che questi scatti meritino di entrare anche nella Storia del Teatro Italiano, per molteplici ragioni. Ma sarà la Storia a dirlo. Io, intanto, dopo aver messo le maiuscole (in omaggio al senso della Storia), li conserverò su questo mio blog, pur lui con una certa storia sulle spalle. 

Presenti nella foto: Ottavia Piccolo (al centro), Lucia Baricci, Massimo Ferri, Sandra Mangini, Raffaella Rivi, Mariel Tahiraj, Emilio Bucci, Enrico Fink, Gianni Micheli, Luca Roccia Baldini, Massimiliano Dragoni, Vanni Bartolini. 

venerdì 17 aprile 2026

Ai Stories: Il prontp

Hai mai pensato che, forse, ti stai trovando tra le mani talenti inutili, obsoleti? 
Hai mai pensato che i tuoi figli potranno essere bravi in qualcosa che quell'imperativo tecnologico a cui ci stiamo votando, a cui stiamo sacrificando risorse eccezionali senza rendercene conto, anche detto Intelligenza Artificiale, farà cento volte meglio e in meno tempo?
Se non ci hai mai pensato gli ADT (Angeli Distributori Talenti), invece, l'hanno fatto. La risposta la puoi leggere nell'ultima tra le mie Ai Stories: Il prontp. Buona lettura!

mercoledì 15 aprile 2026

Come è oggi mia moglie?

"Come è oggi mia moglie?". Pare incredibile ma questa domanda era un gioco lecito, qualche anno fa. Un gioco da appendere alla parete con un sorriso, forse. Le qualità della "moglie" narrate in poche parole. Da trattare a mo' di calendario. 
L'oggetto è del XXIX secolo ma non ne avevo mai incontrato uno fino a qualche giorno fa. Il timone delle lotte di mia madre l'ho ritrovato immobile in pochi centimetri di legno rosso, fiorito, appeso a una parete, ancora in balia delle onde del mare. 

Al seguito di un tappo in Inesorabilmente lento

È l'inizio di una nuova giornata. Per molti in auto. Per molti nel traffico. Per moltissimi al seguito di un tappo, uno dei tanti. È l'ora di conoscerne le forme, i modi, la teoria: per superarli o, semplicemente, per sopravvivere. È l'ora di leggere la teoria del tappo: "Inesorabilmente lento" (Edizioni Helicon), di Gianni Micheli.
Ma come si definisce, in breve, un tappo?



martedì 14 aprile 2026

Beata moltitudo

Sono rimasto affascinato dalle figure di Alfredo Zelli. Mi ci sento dentro, proprio. Sono figure di questo (mio) tempo. Di questa umanità liquida, volatile, fumosa, perdutamente instabile.
Chi passa dal Mattatoio di Roma ci dia un occhio. L'ingresso è gratuito. Padiglione 9b. La mostra "Beata moltitudo" prosegue fino al 17 maggio.


domenica 12 aprile 2026

L'ombra in bagno

Quando fai l’insetto è possibile che sia la tua ombra, in bagno, a farti paura.

Pensare di volare

Cercare modi e forme 
per trattenere il calamitarmi della terra 
su spazi polverosi. 
Approfittare del coraggio di un'altalena.
Ricordarsi di quella strana euforia 
che sprigionano i piedi 
dei bambini
quando non hanno fretta.
Vincere il peso.
Non rinunciare 
a poter volare. 

venerdì 10 aprile 2026

Il selfie del giorno

Un selfie con Amanda Sandrelli e Paolo Giovannucci per ricordarvi che fino a domenica 12 aprile saremo al Teatro Vittoria di Roma con "Il carnevale degli insetti" di Stefano Benni. 

Attraversato il selfie ecco invece un raro momento del dietro il sipario, il rito collettivo che centra l'intera compagnia su un unico obiettivo: dare il meglio di sé. Il momento in cui, per ben tre volte, una parolaccia si fa custode, protettrice e paladina di un'intera ora di spettacolo: la parola m***a.

Favole dell'abbandono: Che puzza

Era così lucida e dorata, sull'asfalto grigio, che un po' m'ha fatto tenerezza. Abbandonata sul fianco, come stremata. Ho immaginato la sua ultima e più grande ricerca. E il suo coraggio. Tutto da leggere nell'ultima delle mie: "Favole dell'abbandono: Che puzza".

martedì 7 aprile 2026

Il caffè Mattia Moreni

Le mie Pagine Allegre sono tornate e sprizzano colori in ogni dove con l'articolo: "Il caffè Mattia Moreni". Merito della mostra “Dalla regressione della specie all’umanoide” presso il MAR – Museo d’Arte della città di Ravenna. Con una dedica al genio di Mattia Moreni.


A seguire alcune tra le opere esposte presenti anche nella galleria legata all'articolo.
 







domenica 5 aprile 2026

Tempo Medio di Roma

Cosa segna il tempo medio di Roma? Nuvoloso. La lemniscata? Silenziosa. 
Notizie dalla meridiana di Piazza Garibaldi, Ravenna.

venerdì 3 aprile 2026

giovedì 2 aprile 2026

Il cavallo

Il cavallo di Mimmo Paladino, Piazza Anita Garibaldi, Ravenna. Postura nobile di chi non teme di andare dove sarà necessario andare. 

mercoledì 1 aprile 2026

Basilica di San Vitale

Oggi ti porterò a fare quattro passi/scatti alla Basilica di San Vitale, a Ravenna, uno dei monumenti più rilevanti dell’arte paleocristiana, nata grazie a 26 mila soldi d’oro messi a disposizione dal banchiere Giuliano Argentario nel 525-26 d.C. O buon Giuliano, ne avrai avute di faccende da farti perdonare?




martedì 31 marzo 2026

Il carnevale degli insetti

"Il carnevale degli insetti" di Stefano Benni, con Amanda Sandrelli, Paolo Giovannucci e l'Orchestra Multietnica di Arezzo, sta per tornare. Mercoledì 8 aprile replica al Teatro Comunale Mario Spina di Castiglion Fiorentino. Da giovedì 9 a domenica 12 aprile repliche al Teatro Vittoria di Roma. Cinque giorni, cinque buone occasioni. Se ce ne saranno altre ancora non lo sappiamo per cui...


Sant'Apollinare Nuovo

Se passeggi per Ravenna non puoi davvero non prendere parte al lungo cammino della Basilica di Sant'Apollinare Nuovo. Scorgerai certo il campanile, con gli occhi, armoniosamente cilindrico. Ma sarà il ciclo di mosaici che anima la cappella voluta dal sovrano goto Teodorico (493 - 526), tra i più famosi al mondo, a chiederti di non dimenticare. Come potrei partire senza lasciarne traccia, almeno qui dove la traccia si scolpisce nell'etere?



lunedì 30 marzo 2026

Cosima di Grazia Deledda

Alcuni giorni fa, tra le mie Pagine Allegre, è uscito l'articolo "In casa ho una macchina del tempo", dedicato a Grazia Deledda, alla sua casa natale a Nuoro, alla necessità di tornare a leggerla e al piacere di farlo. 
Metterò qui, a seguire, quanto mi va di trattenere del volume Cosima (Il Maestrale), per quella memoria che cercherò nel tempo futuro delle mie incertezze.

Pag. 70. "La vita segue il suo corso fluviale, inesorabile: vi sono tempi di calma e tempi torbidi, a cui nulla può mettere riparo: e invano si tenta di arginarla, di mettersi anche di traverso nella corrente per impedire che altri ne venga travolto. Forze occulte, fatali, spingono l'uomo al bene o al male; la natura stessa, che sembra perfetta, è sconvolta dalle violenze di una sorte ineluttabile". 
Pag. 80. "Agiva sotto l'impulso di una forza quasi sovrannaturale, come in uno stato di ubriachezza. Ubriachezza di dolore, di disinganno, di spavento della vita, che, come tutte le ubriachezze violente, le lasciò un fondo di amarezza, anzi di terrore; un terrore che non l'abbandonò mai più, sebbene accuratamente sepolto da lei in fondo al cuore come il segreto di una colpa misteriosa e involontaria: l'antica colpa dei primi padri, quella che attirò nel mondo il dolore e ricade indistintamente su tutti gli uomini".

Pag. 82. "Così, quando si venne a sapere che la sua sorellina Cosima, quella ragazzina di quattordici anni che ne dimostrava meno e sembrava selvaggia e timida come una cerbiatta bambina, era invece una specie di ribelle a tutte le abitudini, le tradizioni, gli usi della famiglia e anzi della razza, poiché s'era messa a scrivere versi e novelle, e tutti cominciarono a guardarla con una certa stupita diffidenza, se non pure a sbeffeggiarla e prevedere per lei un quasi losco avvenire, Andrea prese a proteggerla e tentò, in modo invero molto intelligente ed efficace, di aiutarla".

Pag. 105. "Non fu tutto un sogno? Ma uno di quei sogni che bastano a illuminare una vita, anche negli angoli più ombrosi, come il sole e la luna illuminavano, in quei favolosi giorni di agosto, la boscaglia di elci intorno alla miracolosa chiesetta. Che importava l'umiltà e la rozza accoglienza della capanna? Serviva di rifugio solo alla notte, e per Cosima nelle ore delle sue scritture; il rumorio del bosco la copriva col suo suono di organo, e la luna col suo drappo d'argento. E le ragazze dormivano cullate da quella musica che non aveva l'eguale poiché era la musica della fanciullezza che risuona una sola volta nella vita. Ma per Cosima era qualche cosa di più grande e trepido; era tutta una rete di mistero, uno svolgersi di cose sorprendenti, come se ella galleggiasse in un fondo oceanico, circondata, non dal selvaggio bosco di elci e dalle rocce fantastiche, ma da tutte le meraviglie delle foreste sottomarine".

Pag. 112. "Il libro ebbe un successo femminile: lo lessero le fanciulle, e vi si ritrovarono, coi loro amori più libreschi che reali, coi loro convegni notturni immaginari, con le loro finte ali di struzzo che non possono volare. L'Editore mandò cento copie del volume, per tutto compenso dell'opera: il valore non superava quello dell'olio e del vino rubati in cantina; e il grosso pacco piombò in casa come un bolide sconquassatole. La madre ne fu atterrita, la sera gli girò attorno con la diffidenza spaventata di un cane che vede un animale sconosciuto: per fortuna Cosima ricordò che un suo cugino di terzo grado aveva una bottega di barbiere e spacciava giornali e riviste. Era un intellettuale anche lui, a modo suo, perché mandava la corrispondenza locale al giornale del capoluogo: e la proposta di Cosima, di spacciare qualche copia del romanzo, fu da lui accolta con disinteresse completo. Ma per la scrittrice fu un disastro morale completo: non solo le zia inacidite, e i ben pensanti del paese, e le donne che non sapevano leggere ma consideravano i romanzi come libri proibiti, tutti si rivoltarono contro la fanciulla: fu un rogo di malignità, di supposizioni scandalose, di profezie libertine: la voce del Battista che dalla prigione opaca della sua selvaggia castità urlava contro Erodiate, era meno inesorabile".

Pag. 135. "Così ella veniva a contatto col popolo, col vero popolo, laborioso e mite, che se pure poteva, come il mugnaio, mettere le grinfie sulla piccola roba del prossimo, lo faceva con parsimonia e poi andava a confessarsene. Magari anche la confessione era un po' fraudolenta, come quella del famoso contadino che tentò d'ingannare il confessore dicendogli di aver rubato una corda, e alle insistenti inquisizioni dell'uomo di Dio finì col dire che alla corda c'era attaccato un bue; ad ogni modo tutta gente buona, con donnine rispettose e sornione, uomini che dovevano combattere con la terra ingrata e solitaria e i venti e gli uccelli e le volpi per strappare il grano e il vino, dei quali si nutrivano come il sacerdote nella Messa.
Cosima li osservava, li studiava, ne imparava il linguaggio, le superstizioni, le maledizioni e le preghiere: e dal suo posto di osservazione vedeva anche il quadro e le figure del frantoio; sentiva le storielle che vi si raccontavano, le canzoni dell'ubriaco, le risate infantili del fratricida; e se le doleva il cuore e piegava la testa umiliata nel vedere Santus, il fratello nato per grandi destini, intagliare carrettini di ferula per i bambini del mugnaio, o spolpare le ossa di un arrosto di gatto assieme con gli altri compagnoni, pensava che solo la pietà può sollevare l'anima piegata dal male degli altri, e portarla sulle sue ali fino alle altissime soglie di un mondo ove un giorno tutti saremo eguali nella gioia di Dio.
Fra un segno e l'altro del registro i clienti del frantoio le raccontavano i loro guai, i loro drammi: qualcuno la pregava di scrivergli una lettera o una supplica. Così le venne lo spunto per un nuovo romanzo; attinto dal vero: attinto come la pasta nera delle olive dalla vasca del frantoio, che si mutava in olio, in balsamo, in luce; e mise un titolo grigio, che sotto però nascondeva anch'esso il seme del fuoco: lo intitolò Rami caduti."

Teatro Alighieri

Platea del Teatro Alighieri di Ravenna tra luce e colore.  

domenica 29 marzo 2026

Donne nell'arte a Ravenna

Che bella via Zirardini, a Ravenna, con la sua Open - Air Gallery. Passeggi sotto un tiepido sole primaverile e finisci immerso in una lunga storia che un fragile muro, quasi, non riesce a contenere. Senti che il tempo e la memoria ti vengono a cercare. Gli abiti, i volti, i racconti, chiedono ascolto mentre sussurrano. Passeggi, leggi, guardi e un po' ti perdi. E un po', perfino, ti ritrovi. 
In questi giorni è visitabile la mostra "Donne nell'arte". Accesso libero.


Mausoleo di Galla Placidia

Un cielo stellato dove perdere gli occhi: il Mausoleo di Galla Placidia, a Ravenna. Un luogo in cui, dalla prima metà del V secolo d.C., tra vita e morte prevale ancora il dialogo e un po' di mistero.



sabato 28 marzo 2026

Mausoleo di Teodorico

Monumento iconico di Ravenna e insieme "la più celebre e importante costruzione funeraria realizzata dagli Ostrogoti in Italia": il Mausoleo di Teodorico. Quanto pesano 1506 anni?