
Oggi mi sento figlio di Redenta, figlio di Iris. Figlio delle madri che hanno dato vita al presente. Per non pensare che quelle cicatrici siano scomparse.
Vorrei trattenere oltre da "
I giorni di vetro" di Nicoletta Verna (Einaudi). Terrò per me l'indispensabile.
– Com’è che non piange? – chiedeva la sera mio padre.
– Piangerà. Le donne prima o poi piangono tutte.
– Tocca sempre agli scalzi camminare sugli spini.
Avrei voluto dirgli che non ero muta: stavo zitta. Tutti non facevano che parlare, e nel farlo litigavano, si offendevano e si maledicevano. A me sembrava che più parlavano e meno si capivano. Per questo stavo zitta.
- Sai che vado a scuola? – feci.
– Embè?
– Imparo a leggere.
– Qua non sa leggere nessuno, – osservò. Ragionava già come una grande. – Cosa te ne fai?
– La Fafina dice che bisogna imparare a leggere perché il diavolo non parla, il diavolo scrive tutto, nero su bianco.
– La purina. Ma chi lo sa la storia com’è andata, di preciso? La storia la sapevano tutti, ma bisognava fare conto di no, perché a veglia si dicevano sempre le stesse cose e il passatempo non era la novità, era il conforto di conoscere già tutto, così da poter andare avanti.
Discutevano ancora, mio padre smadonnava e diceva che se le mogli fossero una buona cosa Dio ne avrebbe una [...].
Com’è che la gente riusciva a essere tanto contenta? Io non la capivo, la gioia, anche se mi provavo: la osservavo come faceva il dottor Serri Pini quando poggiava i suoi arnesi sul petto del malato per cercare di strolgare la malattia. Ma continuava a sembrarmi un gran mistero, come la resurrezione o lo Spirito Santo.
Sono le persone, non i mobili, ad arredare i posti, e una volta che le persone se ne vanno è come se ne restasse l’impronta, e viverci diventa insopportabile non per l’assenza, ma al contrario proprio per via della presenza.
I riti sono importanti, scandiscono il tempo, placano la paura. Dànno disciplina al dolore.
Perché la gente, nelle sventure, è di due razze: quella che gli si smuove la pietà, e quella che tira fuori la carogna. Nessuno resta com’era.
L’inizio è dove decidiamo di collocarlo noi: è dove parte la nostra responsabilità.