domenica 19 aprile 2026

"Il miglior libro del mondo" di Manuel Vilas

Non so se Manuel Vilas abbia effettivamente scritto "Il miglior libro del mondo" (Guanda) ma, per quanto mi riguarda, sotto tanti aspetti, per i miei 56 anni di vita e pochi meno di scrittura, ha scritto il libro definitivo, il libro che fa il punto, e leggerlo è stato un piacere spugnoso di malinconia. 
Conserverò qui i periodi che più mi riguardano, che amerò rileggere e ricordare. Sono molti, lo so, eppure ho dovuto cancellarne non pochi rispetto alle sottolineature sull'originale. 
Chi ha fame di "libri migliori del mondo" lo legga. Non c'è altro da fare.

* * * 

Qualche morto di fame dei miei antenati deve esserci nel mio sangue, qualcuno che non ha mai avuto nemmeno gli occhi per piangere, non so, verso il XVII o il XVIII secolo, e il suo sangue mi va dritto alla testa e mi dice: «Mangia». 

El último mono, che grande invenzione della lingua castigliana. La mia vita è stata, come quella di tutti, un tentativo disperato di non essere l’ultima ruota del carro. Molti vi diranno che ci sono altre cose nella vita. Sì, ci sono. Ma smettere di essere l’ultima ruota del carro può darsi che sia la prima.
Molte volte ho pensato di rimanere a casa. Di non andare alle feste, ai ricevimenti, ai festival. Però ci vado sempre. Ebbene, il motivo per cui ci vado è davvero pittoresco. Non ci vado per vedere ed essere visto, come fanno quasi tutti. Ci vado perché così mi risparmio la cena, e perché non devo rifarmi il letto e perché mi mettono in alberghi con stanze dai bagni luccicanti, per tutti questi motivi vado ai festival e ai congressi e alle fiere del libro. Ogni volta che mi invitano a pranzo o a cena mi sento felice, questo l’ho già detto, ma il fatto è che arrivo perfino a calcolare i soldi che risparmio al supermercato, e perciò ho sempre il frigorifero vuoto. Non so perché, ma è così. Per chiarirlo, per dargli un nome, la cosa migliore è fare ricorso a quel mio antenato del XVII o XVIII secolo (calcolo che sia vissuto più o meno in quell’epoca) che ha sofferto molto la fame e il cui corpo famelico persevera geneticamente nel mio cervello. Il mio trisnonno o la mia trisnonna, il morto di fame”.

Io mi rendo conto che le amicizie entrano nell’entropia, dovremmo celebrare anche l’entropia, l’usura, il disordine.

L’egoismo non soltanto è immorale, è anche informe, rozzo, brutto, non è detestabile soltanto eticamente, ma ancor di più esteticamente.
L’eterno ritorno di noi stessi, dei nostri bisogni, non sappiamo nemmeno che siamo egoisti, che vivere ed essere egoisti è la stessa cosa, che fuori dall’egoismo semplicemente muori.

Io non sono uno scrittore, ma un tossico delle parole, un tossico della vita che c’è ancora nelle parole. Benvenuto nel paese delle meraviglie, nella massima fluttuazione dei pensieri e delle forme.

I sessant’anni sono l’età del raccolto e uno scrittore raccoglie soltanto fumo, vento, ricordi. L’unico modo per non raccogliere fumo è uno stato erotico di fornicazione permanente, ma questo l’ho già detto, ripeterlo non implica ripetere l’atto reale della fornicazione, soltanto le parole che la avvolgono.

Non dovete avere paura della morte, la si teme perché si ama la vita, né di rimanere soli nella vita, di diventare anziani dimenticati da tutti, paura mai, ogni momento della tua vita, per quanto cupo, contiene tutto ciò che sei stato, e questo è sacro. Dopo la morte ci sarà un estuario di pienezza, dove il sole della bellezza non tramonterà mai, e se non c’è, ci sarà il nulla, e anche di quello varrà la pena. Non dovete o non devo? È un non devo, è chiaro. È inconcepibile il nulla per uno che ha amato tanto i misteri della vita, ma succederà. 

La mia missione in questa vita è cadere in ginocchio per l’ammirazione davanti a cose che la gente non guarda nemmeno.

Poi mi guardo allo specchio, prima di mettermi a scrivere, e vedo i segni dell’invecchiamento, vedo come il mio volto si sposta giorno dopo giorno verso regioni remote della pelle e delle rughe, e a poco a poco smetto di essere me per trasformarmi nell’altro che alla fine si trasformerà in me, e così in un processo continuo che si concluderà in qualche momento, e il momento della scomparsa sarà la più grande festa immaginabile. 

Un’altra confessione dei miei sessant’anni: morirò senza avere scritto il miglior libro del mondo, il libro che dia un senso a tutta l’umanità, e quindi penso di avere fallito.

Gli amori non corrisposti, anche se sono quelli dell’infanzia, non se ne vanno mai. Forse si ricordano più di quelli corrisposti. Rimangono lì nella memoria e lanciano le angosciose fiammate dei desideri non realizzati, un fermento acre di cui si ubriacano gli assassini, i boia, i poeti incapaci e i mistici ossessi e obesi.

Il mio studio è il fuoco. Nel mio studio il fuoco è il capo, un capo cattivo che mi umilia ogni giorno, che mi chiede di lavorare sempre di più, che mi paga poco, che mi bullizza, che non è mai soddisfatto. Pessimo capo, il fuoco.

Cos’è l’universo se non una dipendenza dalla materia.

Molte volte non ceno, e allora raggiungo anche una forma di pienezza. I nostri corpi ci ingannano da migliaia di anni, ci fanno credere che abbiamo bisogno di mangiare sempre di più, ma è falso, cercano l’accumulazione di grasso, sono corpi capitalisti. E finiamo per mangiare sempre di più, e allora i corpi si deformano, si allargano, occupano troppo spazio, e lo occupano invano, come il capitalismo. Ho tentato, almeno in questi anni ultimi, di far sì che la mia alimentazione avesse uno scopo, che avesse un’armonia, una delicatezza. Che fosse bella, ci ho provato e mi sono molto innervosito mille volte quando mi hanno invitato a cena. Se non mi invitano, non vado mai a pranzo o a cena nei ristoranti, non posso, non so farlo. Mi innervosisco quando il cameriere porta del pane eccellente che nessuno mangerà. Rimango a fissare il pane con una pena infinita, e se non lo mangia nessuno, prego che non lo buttino.

La verità è l’addio, un addio interminabile che si incarna di continuo in milioni e milioni di commiati.

L’umiliazione adora la circolarità.

Guarda, Franz, quello che tu hai visto è ancora in piedi: la civiltà è uno scambio incessante e incendiario di umiliazioni, di esseri umani che umiliano altri esseri umani, e le gerarchie sono ancora in piedi, sempre più impenetrabili e inintelligibili, tanto inintelligibili quanto razionali e reali. Chiamiamo vivere uno scambio di umiliazioni. Tutto a posto, Franz”

Quasi tutti abbiamo qualche deformità fisica, è come un ricordo della stranezza della nostra evoluzione, della singolarità dell’Homo sapiens. La normalità sono i nasi grandi, appuntiti, aquilini. In tutti c’è una perseveranza della malformazione, dell’errore, dell’abominevole, del detestabile. Non c’è motivo di nasconderlo.

Per questo la materia è così importante, è l’unica cosa che contrasta la dispersione della vita, del passato. Se tocco la materia, mi invade una potente sensazione di realtà.

E pensare che tutti questi milioni e milioni di storie che popolano il mio passato si trasformeranno in silenzio assoluto quando morirò, e che meraviglia questo livellamento tra il rumore della vita e il silenzio informe e indifferente. E questo mi fa pensare che abbiamo circa cinquemila anni di vite private intensissime e di cui non rimane più nulla. Cent’anni fa qualcuno deve aver vissuto le stesse mie cose, anche duecento anni fa, ma tutto si è liquefatto.

Spero che alla fine la mia vita si trasformi in una commedia. Tutti ci impegniamo a essere tragedia, perché sembra che lì ci siano la profondità e la trascendenza, ma se vivi nella commedia soffri di meno e sai di più. E il riso si trasforma in bontà.

Documentarsi per scrivere un romanzo, è peggio che alzarsi alle cinque del mattino per andare a coltivare la terra.

Non è facile uscire indenne dai mali della malinconia, preferisco chiamarli così, mi infrangono le illusioni, mi viene voglia di tornare a bere, di buttarmi con la mia macchina da una scogliera a duecento chilometri all’ora, ma sono tutte fantasie, fantasie create dal dolore, perché anche il dolore è una forma di invito alla vita, almeno il mio dolore, che ha sempre avuto la sua originalità.

Bisogna sempre essere ubriachi. Tutto qui: è l’unico problema. Per non sentire l’orribile fardello del Tempo che vi spezza la schiena e vi tiene a terra, dovete ubriacarvi senza tregua. Ma di che cosa? Di vino, di poesia o di virtù: come vi pare. Ma ubriacatevi.

E penso di nuovo a quelle ore di solitudine, perché gli esseri umani non sono fatti per tanta solitudine come quella che ha dentro il mestiere di scrittore.

Parlo del fatto che valga la pena vivere per le pagine bianche e adesso per lo schermo del computer. Perché mentre scrivi non fai l’amore, non baci, non mangi, non viaggi, non prendi per mano le persone che ami, non entri tra le onde di una spiaggia meravigliosa. Questa rinuncia alla vita all’aria aperta che è nel cuore della letteratura, vale la pena? Questi scaffali sono pieni di uomini e donne che hanno regalato le ore della loro vita a questa grande chimera.

Quello che vogliono i poveri è smettere di essere poveri, non continuare a essere poveri in modo che così i poeti comunisti possano scrivere poesie comuniste.

Non credo nella storia, ma credo nelle lingue, perché le lingue concretizzano il tempo.

Quando avevo diciassette anni ero felice con un libro in mano, ora con un libro in mano brucio di sconforto perché l’autore di quel libro è uno scrittore migliore di me, ha saputo vedere più di me. E mi getta addosso l’enorme senso di colpa del fallimento come scrittore, che è il peggior fallimento del mondo perché è un fallimento dell’amore per il mondo.

Noi scrittori falliamo soltanto come scrittori, è questo il tema fondamentale della vita di uno scrittore. Perché la letteratura è in sé stessa il fallimento, poiché compete con la vita, e chiunque competa con la vita fallirà sempre. Noi scrittori sentiamo di fallire due volte. Una, come esseri umani. Un’altra, come scrittori. Il problema è che alla fine non sappiamo distinguere un fallimento dall’altro. È questa l’origine di ogni nostra commedia. Non distinguiamo più la nostra vita dai nostri libri, perché i libri vampirizzano la tua vita.

Tutti gli scrittori e tutte le scrittrici sono insaziabili. Non saranno mai felici. Borges non fu felice, perché i suoi libri non hanno adattamenti cinematografici e non gli diedero il premio Nobel. Non ha neanche la fama di un Ernest Hemingway. Gli scrittori scrivono per vincere tutti i premi del mondo e per essere letti da milioni di esseri umani.

Io sto gestendo male il mio senso di colpa da un sacco di tempo. Da quanto? Be’, sessant’anni di pessima gestione imprenditoriale e morale del mio senso di colpa. La colpa è uno dei sentimenti più complessi che esistano. Se un lettore dice di uno qualunque dei miei romanzi che è brutto o che gli è risultato insopportabile, il colpevole sono io. Sui social e su Amazon ci sono migliaia di commenti sui miei romanzi. Quando leggo commenti negativi, desidero impiccarmi, perché la colpa di aver fatto male il mio lavoro mi è insopportabile.

Il mondo è un immenso paragone, perché soltanto dal confronto nascono la conoscenza e la certezza.

Cerca la verità la letteratura? La verità non esiste, esistono soltanto le parole, e al di là delle parole tornano altre parole.

Ho visto tante umiliazioni, sono stato umiliato tante volte; alla fine della storia, se Dio esistesse, il suo Giudizio Finale si baserebbe su un computo valutativo delle umiliazioni: quelle che abbiamo sofferto e quelle che abbiamo inflitto ad altri.

Quei maltrattamenti di figli e figlie nei confronti di padri e madri che nascondono un’intera civiltà. La vergogna è il sentimento più terribile e spossante e devastante e uno non sa che fare, perché la colpa è sempre sua. E la verità è questa, ma non abbiamo il coraggio, milioni di padri e madri non hanno il coraggio di questa verità e io in questo istante sono un terrorista della storia emozionale dei rapporti tra genitori e figli. La cosa fondamentale è che adesso non me ne importa; voglio dire che lo capisco, e capendolo trovo sollievo da quella vertigine della colpa e della punizione. Immagino che se ti maltrattano è perché te lo meriti. E se non te lo meriti, sicuramente finirai per meritartelo. Oppure te lo meriti anche troppo, il fatto è che non sai vederlo, e questo fa sì che te lo meriti non due volte ma cento. Mi hanno maltrattato anche nei miei diversi lavori e nella letteratura perché la vita sociale è uno scambio di maltrattamenti; maltrattamenti minori, micromaltrattamenti, se vuoi, maltrattamenti molecolari, maltrattamenti quantistici, della grandezza del bosone di Higgs. Io avrò maltrattato qualcuno? I maltrattamenti sono circolari? Sono un cane che si morde la coda? Sei gentile con persone che non si degnano di dirti buonasera, in una incredibile agonia interminabile della storia dell’umiliazione. Però è evidente che anch’io ho maltrattato altre e altri. Chi misurerà i maltrattamenti? A questo serviva il Giudizio Finale, che era un’invenzione meravigliosa. Il Giudizio Finale era la più grande macchina di precisione di tutti i maltrattamenti passati, presenti e futuri degli esseri umani. Il Giudizio Finale era l’obbiettività piena. Finalmente la contemplazione della giustizia suprema, indiscutibile, atemporalmente da rispettare,

Mi porto addosso una sofferenza psichica annientante, cerco di camuffarla, di nasconderla, di non farla notare da nessuno. È da tutta la vita che è così. Mezzo secolo a dissimulare il dolore. La gente ride alle mie battute, e tuttavia sono le battute di un condannato a morte.

La pienezza in questa vita si dà in dosi di cinque secondi, però il giorno dura ventiquattr’ore, eppure quei cinque secondi sono più importanti dell’universo, dei mari, e della tua famiglia.

Invecchiare è perdere la partita, ti fanno scacco matto in quattro giorni. Vedi arrivare lo scacco matto, invecchiare è un’aberrazione, è l’umiliazione più umiliante che esista, però nessuno te lo confesserà, tutti ti diranno che sei ancora vivo, eccetera eccetera, nessuno vuole confessare che non vale la pena di invecchiare perché il corpo è stato consumato e l’anima non esiste.

E mi dico: usala in un altro modo, la letteratura, voglio dire, usala per passare il tempo. Non usarla per conoscere fino all’intestino com’è il tempo che sta passando ma soltanto per passare il tempo.

Soltanto il mio ateismo mi aiuta, sono profondamente ateo, se nell’ateismo possono esistere dei livelli. Il mio ateismo è l’unica cosa che mi rimane, l’unica arma che ho per non essere umiliato. È bello il mio ateismo. È la vittoria più gigantesca degli sventurati di questo mondo: l’ateismo. Mi difende da tutte le umiliazioni in ogni tempo e in ogni spazio. Non ci sono arrivato senza sforzo, mi è costato molto. È uno dei grandi successi della mia vita. È un ateismo infuriato ed euforico.

Ho scritto tutti i libri che ho scritto per poter morire in pace, questo è difficile da spiegare, per arrivare all’ultimo minuto della mia vita con un buon carico di parole.

Uno scrittore senza i suoi lettori è la più grande anima in pena dell’universo, è la stessa immagine di quella di un padre o di una madre che ha visto morire il figlio.

E la salute mentale non esiste. Dio, che non esiste, si ubriacava con le droghe fondamentali: aria, fuoco, acqua, terra. Invecchiare è anche contemplare l’invecchiamento di tutte le superstizioni umane che danno senso alla vita umana.

Noi scrittori siamo tossici dell’oscurità, scendiamo a trovarla ogni giorno. Lei ci ruba le illusioni e noi la soffochiamo e la picchiamo con la luce delle nostre parole, un combattimento quotidiano che accade soltanto nelle nostre menti malate, almeno di quelle del tipo di scrittore che sono io, e spero di non essere solo in questa categoria di scrittori malati. Avere compagnia quaggiù, qualcuno con cui chiacchierare.

Forse quello che sto chiedendo è smettere di essere uno scrittore e tornare alla condizione di essere umano normale. Come si fa? Se il tuo cervello è stato fatto a pezzi dalle parole, non puoi più tornare a un cervello in cui le parole non siano coltelli, ma semplici

Nel mio caso, del dono delle lingue lo Spirito Santo se n’è sbattuto i coglioni.

Le persone non guardano le persone, guardano soltanto i loro schermi, il che è perfetto per uno come me, che si dedica a guardare le persone che guardano i cellulari. Ti lasciano guardare le facce degli altri a piacimento. Puoi spiare con tutta la tranquillità del mondo. Non c’è nulla negli schermi che sia più interessante della gente che guarda gli schermi, qui, nella metro di Parigi. 

I misteri dell’umanità sono di carattere linguistico; una persona che parli francese, inglese, spagnolo, cinese, tedesco, italiano, polacco, giapponese, russo, arabo, portoghese, hindi, greco, ebraico, ungherese, romeno potrà arrivare a conoscere l’umanità, ma non la luce. Non basta parlare inglese e un’altra lingua. Il mondo sono migliaia di lingue. Per comprendere l’umanità bisogna parlare tutte le lingue, e questo è impossibile. Nessuno parla tutte le lingue, perciò siamo dove siamo, in un’incomprensione della nostra identità umana che sfocia in guerre e in morte e in miseria.

Tutti noi che guardiamo i quadri siamo soli come chi ha dipinto quei quadri, ma abbiamo pagato sedici euro per saperlo. Adesso devo decidere quanto tempo devo rimanere qui, alla mostra, perché la spesa abbia senso. Sono qui da un’ora e mezza e già vacillo. Dovrò rimanerci almeno due ore, in modo che mi venga otto euro all’ora, che sembra il prezzo di un film, un prezzo ragionevole. Forse dovrei starci tre ore, così mi verrebbe cinque euro e qualcosa all’ora. L’ideale, quattro ore, così mi costerebbe quattro euro all’ora. Vediamo come risolvo questo guazzabuglio di prezzo, arte, bellezza e soldi, a cui si aggiunge il tempo che mi rimane da vivere, ovviamente. Sì, ho pagato sedici euro dalla mia triste tasca.

La salute è questo: sangue che va bene, sangue pieno, neuroni che controllano e vigilano e creano pensiero, ossa levate in armi, occhi che vedono, stomaco che trasforma carni, pesci, frutta e verdure in buon sangue.

Il cibo è stato una delle grandi ossessioni della mia vita. Mi fa impazzire mangiare, ma mi fa impazzire anche essere magro. Mi è stato molto difficile integrare queste due passioni. Dal 2018 mi peso ogni giorno. Ho tre bilance nella mia casa di Madrid, e un’altra nella mia casa nello Iowa, la casa di Ana e mia negli Stati Uniti. Mi sono appassionato al mondo delle bilance, che mi fanno anche inorridire, perché sono la legge, sono la ragione e la verità di ciò che sei. Una bilancia ti dice chi sei, perché misura lo spazio che occupi sotto il sole e quanto ti ama la gravità della terra.

Il tuo corpo ti ingannerà sempre quando cerchi di mangiare solo quello che consumi. Il primo capitalista di questo mondo è il tuo stesso corpo, che pretende da te che accumuli ricchezza e ornamenti sotto forma di rotolini e sacche di grasso, che ti chiederà sempre di più. L’unico modo per dirgli di no è con la ragione illuminata, con il fatto misurato, con una bilancia. Perché con una bilancia si ricorda al tuo corpo capitalista che quell’annuncio di distruzione che fa quando sottoponi la tua alimentazione a vigilanza è pura demagogia.

Dimagrire è una rinuncia alle grandi manifestazioni organiche del mondo: alle vacche, ai maiali, agli agnelli, ai tacchini, alle patate, al riso, alle uova fritte con il chorizo, alle salse, alla pasticceria, al pane, allo zucchero, al formaggio francese con un sessanta per cento di grassi, al burro olandese, ai croissant, al pandispagna, alla panna, all’empanada galiziana, alla torta russa di Huesca, alla Sacher, alla ensaimada maiorchina, alla torta Biarritz di Barbastro. E naturalmente, alla paella valenciana. E al vino e al gin e al whisky e al milione di marche di birre esposte nei bar delle città occidentali. Perché anche il vino e gli altri alcolici fanno ingrassare molto e per di più non nutrono. Dimagrire è un no all’esuberanza alimentare dei milioni di ristoranti che abbelliscono questo mondo e la cui esistenza rallegra la vita degli uomini e delle donne.

Il cinema mi ha aiutato a riposare dal mondo, dalla ferocia del mondo.

Ho visto centinaia di film. Ho visto film belli e brutti, e adesso mi sembrano tutti un unico film, un film chiamato cinema, che salva vite, a me il cinema ha salvato la vita, come me l’ha salvata il rock. Ma non la letteratura, tranne Kafka, che è l’unico che salva vite.

Il cinema e la letteratura danno solidità alle nostre vaghe intuizioni.

Nuotare è morire, ma è una morte in cui ancora respiri. Nuotare è stare tra le acque, che erano qui dal principio e che conservano una forma di divinità, sono divinità le acque, sono madri, ti conoscono come figlio perduto sulla terra, un figlio che cerca nell’acqua riconciliazione, perdono e carità. L’acqua è la carità a cui aspiriamo noi perdenti.

Mi metto a piangere ma non piango, noi, la gente della mia età, piangiamo senza lacrime. Invece di piangere con le lacrime piangiamo con desolazione, con panico, con dolore; tutta quella desolazione e quel panico e quel dolore svanirebbero se riuscissi a scrivere il miglior libro del mondo. Ma, e se la mia vita fosse la miglior vita del mondo, non andrebbe bene così? Malinconici della terra, non lasciatevi imprigionare in questi nomi: ansia, angoscia, depressione maggiore, disturbo bipolare. Sono nomi tristi e cercano di collocarci nell’anormalità, ma tutti soffriamo in questa vita. La missione è trasformare la sofferenza in un’opera d’arte.

Ed è questo il motivo di queste pagine: che sono rimasto senza futuro, perché un essere umano di sessant’anni non è più un essere in potenza, ma in atto. È ormai una conclusione. Un avatar realizzato. Non c’è più spazio per l’illusione che domani sarà il giorno migliore della mia vita. Mi rendo conto che vivendo al riparo dell’idea che domani sarà migliore si vive molto bene. Non scriverò più il miglior libro del mondo. È questo il vero tema di questo libro: che il Messia è già venuto e ha già fatto il suo lavoro. È meraviglioso vivere al riparo del fatto che il meglio deve ancora arrivare. È la grande idea della civiltà, e del capitalismo, e della religione. Il Messia non è ancora nato, ma quando verrà il mondo sarà un’autentica festa di bellezza, giustizia, pace e felicità. Non mi meraviglia che gli ebrei neghino Gesù Cristo e adottino la postura dell’attesa, perché il mondo dopo il Messia non può essere un mondo pieno di peccato, sofferenza e depressione. È molto meglio l’idea che il Messia non sia ancora venuto. Adotterei questa idea, ma non posso perché sono ateo.

Questa è una malattia della corporazione degli scrittori. Credevo di essere l’unico a soffrire di questa malattia, ma si scopre che siamo legioni, moltitudini, paesi interi di scrittori e scrittrici che entrano nelle librerie di questo mondo per vedere se hanno in vendita i loro libri. Se non li hanno, la depressione che ti viene è inenarrabile.

Bisogna concentrarsi su questa idea: l’immensità del presente. Perché questo tempo presente è soltanto nostro. Il passato è dei morti. Il futuro è dei nostri trisnipoti, però il presente è nostro e soltanto noi lo conosciamo. Non è dato conoscerlo ai morti e ai non ancora nati.

Ah, dimenticavo. Una cosa vi chiedo, miei amati lettori: se non vi piace il mio ultimo romanzo non c’è bisogno che me lo diciate nei club di lettura. Mentitemi, non importa. È questo il trionfo della finzione: non importa se mi mentite. Mentitemi bene, quello sì. Ditemi «il tuo romanzo mi ha cambiato la vita», cose del genere, ma con forza drammatica, con verosimiglianza. Perché dovete mentirmi? Per l’addio, perché sto entrando nella cerimonia dell’addio e voglio andarmene felice. La verità ditela agli scrittori di quarant’anni, che hanno ancora il tempo di emendarsi e di imparare e di superarsi e di impegnarsi a fondo nel romanzo successivo. Ma a me, a me non dite la verità, perché so qual è, la verità è l’addio, è questa l’unica verità del mondo: l’addio.

A me hanno trasmesso la paura della vita attraverso la paura di rimanere senza lavoro, una paura atavica. La povertà si trasforma in paura della vita.

La documentazione per un romanzo è un lavoro di quelli veri, di quelli da rimboccarsi le maniche. Io non mi sono mai documentato, e questo avalla la tesi che sono colpevole e sono un autentico impostore. 

L’unità dell’universo si fonda sulla solitudine. L’unità della materia è solitudine. L’unità del mio corpo è solitudine. La solitudine era Dio prima del dio che abbiamo creato e ci siamo inventati proprio per sfuggire alla solitudine. L’ordinamento del tempo in passato, presente e futuro è comica. Un’ulteriore commedia.