mercoledì 2 ottobre 2013

Shantaram

Dei tanti modi per incontrare un libro questo, certo, è tra i più bizzarri. In verità sono arrivato a Shantaram, di Gregory David Roberts (Neri Pozza Editore), per il semplice rullare di un pensiero. Ammirandolo sullo scaffale della libreria, unico mattone singolo in alberghi di copie di romanzi dal peso delle foglie d’autunno, mi sono sentito sussurrare: “Un autore che ha tanto cuore e inchiostro per così tante pagine e un editore che ha tanto coraggio e criterio per metterle in vendita meritano, a prescindere, la mia attenzione”.
A prescindere o no Shantaram ha in sé la voce d’ogni uomo di questo secolo e di questa mia generazione. Non leggerlo è distrarsi fino al punto di non riconoscere la porta della propria casa.
Le pagine che ho selezionato sono già un romanzo a parte e, dunque, non posso trascriverle per ragioni che vanno oltre la meticolosa digitazione delle lettere. Tuttavia un pegno dell’amore che porto a questo testo e al suo autore (e all’editore, bontà sua), voglio lasciarlo. Lo trovate a p. 1095 (in totale l’edizione italiana di Shantaram conta 1174 pagine):
«Il mantello del passato è fatto con il tessuto delle emozioni della nostra vita e cucito con i fili enigmatici del tempo. In genere non possiamo fare altro che avvolgercelo attorno alle spalle per trarne conforto, o trascinarcelo dietro mentre ci sforziamo di proseguire il nostro cammino. Ma tutto ha una causa e un senso. Ogni vita, ogni amore, ogni azione, ogni emozione e pensiero hanno una ragione e un significato. E a volte riusciamo a vederli. A volte vediamo il passato con tale chiarezza, e le parti che lo compongono ci appaiono con tale limpidezza che ogni cucitura del tempo rivela il suo scopo, il messaggio che contiene. Nella vita di ognuno di noi - poco importa che sia vissuta nell’abbondanza o nella miseria - nulla porta più conoscenza del fallimento, e più chiarezza del dolore. E nella minuscola, preziosa saggezza che otteniamo, quei nemici temuti e odiati - dolore e fallimento - hanno diritto e ragione di esistere».
A grande richiesta, visti i tempi che corrono, concluderò il post con questo pensiero di Abdel Khader Khan, uno dei protagonisti del romanzo (p. 591): «In qualunque posto al mondo e in qualsiasi società i problemi della giustizia vengono affrontati allo stesso modo. Basiamo leggi, indagini, processi e punizioni sulla percentuale di crimine che c’è nel peccato, anziché sulla percentuale di peccato che c’è nel crimine». Il resto lo trovate in libreria (c'è anche il film... ma solo per chi ospita la pigrizia sulle palpebre).

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