Anche se la tua storia inizia proprio lì dove finisce il romanzo, l'ho letto ritrovandoti figlia di quel pensiero, di quella società che hai cambiato con la determinazione e con la forza. E con le lacrime. Per te e per tutte le donne. E anche per me.
Le tue macchine da cucire sono ancora lì, in quel tuo piccolo laboratorio. Anzi, forse una no. Una ce l'ha tua nipote, se ben ricordo. Ne saresti felice.
Come tutti i signori, l’avvocato per i propri abiti si serviva da un sarto per uomo, ma quello del sarto era un mestiere completamente diverso dal nostro: diversi i tessuti usati, diverso il taglio, diverse le tecniche di cucitura, diverse le regole dell’apprendistato; nessuna donna era ammessa a lavorare in quel campo, forse perché le esigenze del pudore vietavano loro di toccare i corpi maschili per prendere le misure, non so, ma quella era l’antica tradizione. Due mondi completamente separati. Mia nonna era analfabeta. Non si era mai potuta concedere il lusso di andare a scuola e adesso, nonostante lo desiderasse, non poteva concederlo neppure a me. Bisognava che imparassi presto ad aiutarla e che dedicassi al lavoro tutto il mio tempo.
“Ma qui non si tratta di morale vera, si tratta di ipocrisia,” diceva. Aveva delle idee veramente bizzarre sulla uguaglianza dei sessi la mia signorina Ester, e sul fatto che gli uomini non dovessero pretendere dalle donne quello che non erano disposti a fare o non fare loro stessi. Si indignava quando leggeva nell’ultima pagina dei giornali i romanzi a puntate che parlavano di donne “perdute” o “peccatrici redente”.
Io alla Miss ero affezionata, anche se era una donna stravagante e se le buone famiglie della città non la ricevevano e facevano mille chiacchiere su di lei accusandola di essere una poco di buono, come d’altronde tutte le donne senza marito, straniere o italiane, che lasciavano la casa paterna per girare il mondo e che si guadagnavano da vivere col lavoro. Se fosse stata povera, una sartina come me, un’operaia, una domestica, gliel’avrebbero perdonato, purché restasse al suo posto e non pretendesse di trattarli alla pari. Ma lei si considerava alla pari o forse, da brava americana, neppure si rendeva conto che da noi le distanze tra i vari ceti e classi e famiglie erano profonde e invalicabili. E che alle donne non era concesso comportarsi con la stessa libertà di un uomo. Sul passaporto la Miss aveva fatto scrivere “professionista”. Intendeva evidentemente nel campo del giornalismo e nella critica d’arte; il commissario di Polizia lo aveva raccontato in giro e i signori ne ridevano. Per loro “professionista”, mi aveva spiegato la signorina Ester, detto di una donna significava una cosa sola, quella che chiamavano “la più antica professione del mondo”, prostituta.
“Ascoltami,” disse la Miss gravemente. “Sei giovane, e ti può capitare di innamorarti. Ma non permettere mai che un uomo ti manchi di rispetto, che ti impedisca di fare quello che ti sembra giusto e necessario, quello che ti piace. La vita è tua, tua, ricordalo. Non hai alcun dovere se non verso te stessa.” Parole difficili, parole da americana. Una donna deve sacrificarsi, deve sopportare, non può farsi sparlare dietro. Questo mi avevano sempre insegnato, questo facevano tutte. Non era forse un grande sacrificio per me rinunciare ai miei sogni sul signorino Guido? Ormai pensavo a lui come a mia nonna. Con grande affetto, con rimpianto, come a una persona che avrei rivisto solo in Paradiso, se esisteva.
[...] a pensarci bene quell’esperienza me la volevo godere da sola. Volevo passeggiare sulla spiaggia contemplando l’orizzonte, come avevo visto in un quadro, raccogliendo conchiglie e sognando mentre i voli dei gabbiani rigavano il cielo. Sognando cosa? Chi? Sognare era molto pericoloso, lo sapevo, non me lo potevo permettere.
Ero contenta di aver seguito il mio impulso, non erano soldi sprecati, viaggiare allarga la mente, aveva ragione la signorina Ester.
Ma il tempo, se non cancella ogni ricordo, lo fa impallidire. Il dolore che pensavi ti spezzasse il cuore diventa meno acerbo, il rimpianto più dolce.
