venerdì 4 settembre 2026

La cacciatrice di storie perdute

Da Sejal Badani, “La cacciatrice di storie perdute”, Newton Compton Editori. In cerca di una ragione per scrivere e continuare il viaggio. E per scoprire quello che non si è mai saputo delle proprie madri.

«Jay». Amisha si inginocchiò e prese la piccola mano di suo figlio nella sua.
«Le donne e gli uomini sono fatti allo stesso modo». Cercò le parole giuste per aiutarlo a capire. «Tu hai due braccia e due gambe, proprio come me». Agitò gli arti facendolo ridere.
«Tu hai due occhi, un naso e una bocca. E anche io». Aprì la bocca ed emise un «Ahh» al punto che il figlio gliela coprì con la mano. «Tu hai un cuore e io ho un cuore». Si baciò le dita e le premette sulla camicia del figlio, proprio sopra lo sterno. «Tu hai un cervello e io ho un cervello», continuò Amisha toccandogli dolcemente la fronte con la sua.
«Siamo uguali». Fece una pausa per vedere se il figlio aveva capito.
«Quindi puoi fare qualunque cosa, come papà?», chiese innocentemente.
«Penso di sì». Distese il viso. «Voglio vedere se ne sono capace». «Perché non dovresti essere capace?» «Non lo so».

Per la prima volta, qualcuno le stava dicendo che lei aveva del talento.
Amisha si sentì turbata dall'ironia della situazione. La sua scrittura era il contributo più grande che lei potesse dare a una società che non l'avrebbe mai apprezzata. Consapevole di tutto ciò, si era inginocchiata davanti alla dea implorandola di privarla del suo dono. Eppure, il solo pensiero di scrivere di nuovo le faceva palpitare forte il cuore per l'eccitazione. Forse, la sua passione per la scrittura non era una sofferenza da tollerare, bensì un dono da amare e proteggere. Le sue storie erano l'unico passaporto che l'avrebbe condotta in luoghi in cui non era mai stata.
Senza di loro, sarebbe rimasta intrappolata per sempre in quel villaggio.

Amisha raddrizzò la schiena e tentò di raccogliere la sua forza limitata, eppure si sentiva piccola rispetto all'imponente donna inglese.
«Insegnerò qui perché questo è ciò che mi è stato chiesto». Pensò alle sue storie e all'importanza che avevano per lei. «Per quanto riguarda ciò che insegnerò, non lo so ancora bene», ammise. Nell'affrontare quella donna, si sentì ancora più giovane dei suoi anni. «Chiederò agli studenti di mettere per iscritto quello che si annida nei loro giovani cuori. E se le storie li condurranno in terre lontane, li incoraggerò a intraprendere questo viaggio».
Amisha concesse un sorriso a quella donna irremovibile. «Insegnerò loro, quando viaggeranno con le storie, a rispettare le persone che incontreranno e i loro valori. Non sta a noi giudicare gli usi e i costumi degli altri, ma possiamo sfruttare l'occasione per imparare». Ignorò il fatto che la donna la guardasse con gli occhi sbarrati, e concluse dicendo:
«Perché quando tendi la mano in segno di rispetto, sarai a tua volta accolto con benevolenza».

Amisha aveva vissuto nell'ombra per la maggior parte della propria esistenza. Aveva tenuto nascosto il sogno di scrivere come se fosse una maledizione di cui vergognarsi. Aveva dato alla luce i figli di Deepak e aveva soddisfatto i suoi bisogni. Male storie nella sua testa non sarebbero mai morte. Quando scriveva, veniva trasportata in un luogo in cui lei poteva scoprire la persona che era ma non sarebbe mai potuta essere.